"Il nuovo manifesto radicale", Fabio Massimo Nicosia (V)
B) La Corte Penale Internazionale.
I radicali, in particolare Emma Bonino, hanno ricoperto un ruolo importante nell’ideazione e nel compimento della Corte Penale Internazionale, volta a perseguire i crimini di guerra, i crimini contro l’umanità e il genocidio. Diciamo subito che a tale proposito non intendiamo fare valere le nostre radicali riserve nei confronti del diritto penale.
Esse valgono per il comune cittadino, non per gli uomini di potere coinvolti in crimini mostruosi, con riferimento ai quali non è necessario alcun giudizio sul foro interno per accertare la colpevolezza. Sappiamo che Hitler, Stalin, Mao e Pol Pot erano dei massacratori di popoli, pur in assenza di alcun giusto processo.
E tutto si può contestare a Gaetano Bresci, si può ben essere contro la “propaganda del fatto” in nome della nonviolenza, ma non imputargli di non aver debitamente accertato la responsabilità di Umberto I negli eccidi di Bava Beccaris, che si presume iuris et de iure.
In altri termini, consideriamo le corti internazionali di giustizia come strumenti volti a procedimentalizzare e mitigare il tirannicidio, ferma restando la legittimità, in linea di astratta teoria, di quest’ultimo.
Per entrare più nel dettaglio di questa delicata materia, contrappunteremo un testo francamente irritante, “La giustizia dei vincitori – Da Norimberga a Baghdad”, di Danilo Zolo, filosofo del diritto, già demoproletario approdato alfine a posizioni oggettivamente reazionarie.
Zolo muove dichiarandosi un “osservatore realistico delle relazioni internazionali” e, su tale base, si fa promotore di una denuncia della giustizia dei vincitori, che sarebbe iniziata con Norimberga e sarebbe proseguita fino ai Tribunali ad hoc jugoslavi, del Ruanda, etc.
In particolare, Zolo critica l’estensione agli individui della soggettività internazionale, e conduce una polemica contro l’ideologia occidentale dei diritti dell’uomo, che minerebbe le sovranità statuali e che verrebbe imposta con la forza a Paesi di cultura diversa, più attenti ai diritti collettivi e a relazioni di altro genere che quelle fondate sui diritti soggettivi e sulla libertà negativa.
Per contro, Zolo lamenta che i tribunali ad hoc, espressione della giustizia dei vincitori, non avrebbero rispettato i principi dell’habeas corpus e del rule of law, sfiorando appena però la questione della Corte Penale, che, non avendo ottenuto la ratifica degli U.S.A., non si presta evidentemente a una tale censura.
Zolo ha buon gioco solo quando denuncia gli orrori della guerra, ma, da buon realista politico, dovrebbe anche dirci quale sia l’alternativa in certi casi, dato che egli semplicemente irride al pacifismo kantiano e kelseniano, ritenuto “di scarso interesse politico e teorico” (!), e dato che egli giustifica il terrorismo, ritenendo importante comprenderne le ragioni, per eliminare il quale non ci sarebbe altra strada che proporre il suicidio dell’occidente cattivo.
Opponiamo quanto segue:
a) E’ vero che il processo di Norimberga costituisce un esempio di “giustizia dei vincitori”, come tale stigmatizzato dallo stesso Kelsen, ma il suo fondamento di giustificazione consisteva nel fatto che i processati fossero gli aggressori. E questo è un importante precedente, recepito dallo Statuto della Corte Penale, anche se subordinato a successivi adempimenti;
b) Quanto all’estensione della soggettività internazionale agli individui, essa, che trova un precedente antico nelle teorizzazioni del Mancini, va salutata come un fatto positivo, rispettoso dell’individualismo metodologico, essendo gli Stati nulla più che aggregati di individui, sicché le aggressioni imputate agli Stati vanno più esattamente configurate come aggressioni perpetrate da singoli individui (Hitler, Stalin, etc., erano singoli individui, sia pure organizzativamente supportati); e la responsabilità penale non è forse per definizione personale?
c) Quanto ai diritti umani, Zolo è sorprendente. Noi non siamo fautori della superiorità dell’occidente tout court. Non ignoriamo che la cultura della tolleranza, come ricorda sempre Amartya Sen, affonda le proprie radici nelle antiche religioni orientali, e che nello stesso Corano (Sura 2, versetto 62) si dice che anche ebrei e cristiani potranno trovare salvezza, se credono in Dio e/o se compiono buone opere (e si deve ritenere che i sedicenti “fondamentalisti islamici” non sappiano leggere). Tuttavia non crediamo ci si debba vergognare se, nella modernità, è in Locke, in Hume, in Jefferson, in Mill che possiamo trovare i nostri progenitori. Il problema è semmai che l’occidente non sempre ha rispettato e fatto valere, come nell’imperialismo, i propri sacrosanti principi.
Ciò che è sorprendente, in particolare, è che Zolo continui a parlare di imperialismo occidentale per quanto riguarda i diritti umani, della loro pretesa di universalizzazione, ignorando o fingendo di ignorare (vi allude in un momento, per verità) che essi sono previsti dalla Carta dell’O.N.U., e quindi sottoscritti da tutte le nazioni. Che poi tali diritti intacchino il mito della sovranità nazionale è fatto solo positivissimo, almeno alla luce dei nostri principi libertari.
Come detto, l’impagabile Zolo contrappone ai diritti umani altri valori di altre aeree geografiche, che sarebbero nientedimeno che “l’ordine, l’armonia sociale, il rispetto dell’autorità, la famiglia”! E stiamo parlando di un estremista di sinistra! Bella fine hanno fatto costoro, pur di difendere… la Cina odierna. E infatti Zolo si compiace di sottolineare che molti paesi dell’America Latina (anche loro bella roba!) e dell’Asia, “con in testa la Cina”, hanno rivendicato la priorità “dello sviluppo economico-sociale, della lotta contro la povertà”, etc. E c’è chi ci crede! Comunque, quand’anche vi fosse sincerità in tali parole, non pare abbia senso contrapporre i diritti umani allo sviluppo economico e alla lotta contro la povertà, potendo le varie cose andare di pari passo.
Zolo, poi, indefesso, contrappone ai diritti individuali, che secondo i liberali sarebbero gli unici universalizzabili, i diritti collettivi. Quali sarebbero questi diritti collettivi? Il diritto di praticare la propria religione, il diritto di disporre di risorse naturali, il diritto di parlare la propria lingua, i diritti delle donne, i diritti dei fanciulli.
La rozzezza di Zolo è senza pari. E’ a tutti evidente, infatti, che siffatti “diritti collettivi” sono perfettamente riconducibili a diritti individuali: ognuno ha diritto di praticare la propria religione, di parlare la propria lingua, ogni donna e ogni fanciullo non sono altro che individui, anche disporre di risorse naturali è attività riconducibile all’iniziativa individuale. Se così non fosse, anche i pretesamente contrapposti diritti individuali sarebbero “collettivi”, sarebbe del “collettivo” il diritto di esprimere il proprio pensiero, tanto più il diritto di associarsi, e così via. Insomma, Zolo è totalmente ignorante del dibattito attorno alle teorie dell’individualismo metodologico, in altri termini è semplicemente un illiberale.
d) Zolo è addirittura comico, nel senso che non conosce vergogna e senso del ridicolo, quando imputa ai tribunali ad hoc di non essere stati rispettosi dell’habeas corpus e del rule of law, del principio nullum crimen, nulla pena sine lege, come se non si trattasse di principi elaborati dal crudele occidente, che egli, mantenuto dai contribuenti dello stesso, aborrisce. Naturalmente non può dire altrettanto della Corte Penale, e infatti Zolo quasi non ne parla. Ripetiamo che a quest’ultima non può imputarsi di essere espressione di giustizia dei forti, tant’è vero che gli U.S.A. non l’hanno ratificata.
e) Zolo, professandosi realista, afferma che bisogna comprendere la ragioni del terrorismo, e forse può darsi che su questo non abbia tutti i torti: se il terrorismo c’è, un qualche motivo vi sarà. Ma egli lo ravvisa solo nella questione dell’oppressione del popolo palestinese, non menzionando però mai il fatto che Israele è uno scoglio (democratico o quasi) in un oceano di Stati autoritari che ne auspicano la distruzione, sicché, sempre da buon realista, egli dovrebbe anche fornire a Israele indicazioni di condotta che abbiano un senso, appunto, “realistico”, data la situazione.
f) Invece che cosa propone Zolo, come soluzione a tutti i problemi di disagio internazionale? Che l’occidente si suicidi, questo cattivo occidente che pretende di imporre a tutti l’universalizzazione dei diritti umani fondamentali: “Occorrerebbe liberare il mondo dal dominio economico, politico e militare degli Stati Uniti e dei loro più stretti alleati europei. La fonte prima, anche se non esclusiva (sia grazia. N.D.R.) del terrorismo internazionale è infatti lo strapotere dei nuovi civilissimi ‘cannibali’ bianchi, cristiani, occidentali”. E tutto ciò realistico, oltre che sensato? Mah!
g) Si diceva che Zolo ha buon gioco solo quando denuncia l’orrore della guerra e la facilità con cui gli U.S.A. vi ricorrono, anche sulla base di legittimazioni teoriche come quella di Ignatieff, che dopo aver fornito una teorizzazione esemplare dei diritti umani e dell’universalizzabilità della sola libertà negativa (anche se noi tendiamo a superare la dicotomia libertà negativa/libertà positiva, con la teorizzazione che forniamo della rendita di esistenza), giustifica su tale base la guerra cosiddetta umanitaria. E in effetti è su questo che si gioca la sfida, per venire alle cose piccole, anche per i radicali: elaborare una dottrina e una pratica della nonviolenza, che sia alternativa alle dottrine guerrafondaie, da porre a fondamento dei diritti umani –pace Zolo- universali. Si tratta di sfida non da poco, messa duramente alla prova da vicende del tipo Isis, ma che è la più grande che ci troviamo oggi davanti.
C) Droga.
Come si sa e come si è detto, in materia di droghe i radicali sono da sempre su posizioni antiproibizioniste (anzi, essi considerano l’antiproibizionismo un approccio universale, e parlano di “antiproibizionismo su tutto”). Anche in tale settore essi hanno ottenuto alcuni importanti successi, in particolare (già dopo la “fumata” pubblica di Pannella del 1975) sul terreno della depenalizzazione del consumo personale, poi rinnegata dalla famigerata legge Iervolino-Vassalli, e poi ripristinata da un brillante referendum popolare radicale, brillante nel senso che l’esito non era dato per nulla per scontato. Poi è intervenuta la Fini-Giovanardi, che ha complicato ulteriormente le cose, salva susseguente sentenza della Corte Costituzionale, che ne ha consacrato l’invalidità per motivi formali.
Insomma, come diceva Popper, passare la vita a risolvere problemi! Ma proprio per questo bisogna cercare di risolverli su basi teoriche il più possibile solide.
Pannella, com’è noto, sostiene la “legalizzazione” delle droghe, non la loro “liberalizzazione”. Anzi, sostiene che le due proposte sarebbero l’una l’”opposto” dell’altro, in quanto la droga sarebbe oggi di già “libera”, in quanto rinvenibile a qualunque ora del giorno e della notte. Si vorrebbe dire a Pannella di circondarsi meno di avvocati penalisti e più di economisti, magari ripristinando l’antico rapporto con Antonio Martino!
Finché si tratta di un espediente retorico, volto ad acquisire consenso presso l’opinione pubblica moderata, stia bene l’invocare la “legalizzazione”, ma il rischio è che a forza di ricorrere a quell’espediente si finisca con il crederci veramente; e non si dica per favore che la droga sarebbe oggi di già “libera”! A parte il fatto che “liberalizzazione” non è una parolaccia (persino l’on. Bersani ha “liberalizzato”, quand’era ministro, alcune licenze commerciali); e a parte il fatto che, nel nostro sistema, liberalizzare comporterebbe sicuramente l’introduzione di alcune regole, occorre considerare che, sempre nel nostro sistema, a invocare regole non si sa dove si finisce, data la tendenza minuziosa del legislatore al riguardo; e a parte ancora il fatto che, se si è “antiproibizionisti su tutto” in quanto convinti che una proibizione crea più danni di quanti ne elimini, bisogna anche comprendere che regolamentare comporta una certa dose di proibizione, quindi una certa quota di male; a parte tutto ciò, oggi la droga è tutt’altro che “libera”.
Ne sarà “libera” l’offerta da parte dei cartelli mafiosi, ma non è libera la domanda. Il consumatore sopporta costi di monopolio, costi da clandestinità, il rischio di sanzioni (oggi il ritiro della patente e del passaporto), e così via.
Del resto, se sussistesse un trasparente e non opaco mercato concorrenziale delle droghe, si aprirebbe lo spazio per l’intervento di associazioni di consumatori, che vigilerebbero sulla qualità del prodotto, il che oggi non avviene, per cui della situazione attuale tutto si può dire, meno che le droghe siano immerse in un mercato davvero “libero”: sostenere il contrario sollecita dubbi sul fatto che Pannella e i suoi più stretti seguaci siano veramente consapevoli di che cosa sia e di come funzioni un’economia di mercato, sicché auspichiamo una revisione in senso radicalmente libertario e non statalistico delle premesse dell’azione, in sé sempre meritoria, al riguardo.
D) Prostituzione.
Sulla prostituzione i radicali non hanno fin qui condotto battaglie specifiche particolarmente intense; si diffonde però nell’ambiente, e non da oggi, la tendenza a chiederne a sua volta la “legalizzazione”. In realtà qui c’è poco da “legalizzare”, a parte l’abolizione del reato di “adescamento”.
Valgono qui, a maggior ragione, le considerazioni svolte a proposito della droga. A maggior ragione, si diceva. Infatti, come abbiamo già sostenuto in vari precedenti scritti, la “prostituzione” è in realtà uno pseudo-concetto che unisce arbitrariamente il fatto dell’atto sessuale (ma che cos’è un atto sessuale? Lo è il ricoprirsi di cioccolata, come faceva per i “clienti” Angela Finocchiaro in un film di Maurizio Nichetti?) con il fatto della corresponsione di utilità, insomma lo stigma deriverebbe dallo scambio. Ma, come ha già notato Walter Block, tutte le attività umane consistono normalmente in scambi, sicché inventarsi il “fatto istituzionale” “prostituzione” proprio con riferimento al sesso, si deve in realtà a una mentalità sessuofobica, dura a morire, perché a rigore dovremmo definire “prostituzione” qualsiasi scambio tra un comportamento e una data utilità.
Si dirà che la prostituzione in senso stretto riguarda un comportamento molto intimo, ossia l’uso diretto del corpo e la confusione di questo con un corpo altrui. Ma proprio tale considerazione suggerisce che si deve osteggiare qualsiasi “regolamentazione” della prostituzione, men che meno la relativa tassazione, proprio perché si tratta di un libero uso del corpo! Nessuno di noi accetterebbe una legge (altra cosa è la morale religiosa), che ci dicesse che cosa possiamo o non possiamo fare con il nostro corpo in unione con adulti consenzienti, men che meno che tale comportamento sia tassato!
Si dirà ancora che una prostituta o un prostituto vanno con molte persone, e che quindi ciò deve trovare risposta sul piano della prevenzione sanitaria. Rispondiamo che quello quantitativo non può essere un valido criterio di differenziazione, dato che conosciamo persone che hanno molti rapporti sessuali indipendentemente dalla professione che svolgono. Sicché la legge dovrebbe disciplinare i rapporti di tutti coloro i quali ne hanno molti! Immaginiamo l’intrusività di una simile normazione, e certamente la consideriamo indesiderabile.
D’altra parte, se si vuole ravvisare il proprium della prostituzione nella natura economica dello scambio, è agevole opporre che anche nel matrimonio ciò avviene sovente. Gary Becker ha elaborato in proposito una vera e propria economia del matrimonio, fornendone una rappresentazione in termini analoghi a quelli che ha un’impresa secondo Ronald Coase: in altre parole, un’organizzazione volta a limitare i costi di transazione.
Sostiene Becker che molti dei servizi e benefici che si hanno nel matrimonio possono essere reperiti nel libero mercato: appagamento sessuale, pulizia della casa, nutrimento necessario: il matrimonio te li mette a disposizione senza bisogno di cercarli altrove, ma tutto ciò ha evidentemente un costo iniziale e di mantenimento. Becker fa eccezione per i figli, che non si potrebbero trovare sul mercato, e per il sentimento dell’amore. Si resta stupefatti, dato che uno può ben avere figli fuori del matrimonio, e innamorarsi, perché no, di una prostituta (dobbiamo ricordare “Pretty Woman”?).
Problema diverso sarebbe quello dell’eventuale legalizzazione del cosiddetto “sfruttamento” della prostituzione. In tal caso si tratterebbe probabilmente di un’attività imprenditoriale, essa sì, forse, da assoggettarsi a tassazione, a meno che tra il ruffiano e la prostituta cosiddetta non vi sia rapporto affettivo. Comunque sul punto sospendiamo il giudizio.
E) Matrimonio egualitario.
Ha suscitato qualche malumore la recente presa di posizione di Pannella, che si è detto favorevole alle unioni civili tra persone dello stesso sesso, ma contrario al matrimonio omosessuale, che ora si preferisce definire “matrimonio egualitario”.
Sbaglierebbe però chi ritenesse, maliziosamente, che tale presa di posizione sia frutto del recente e controverso flirt, che talora appare unilaterale, tra Pannella e Papa Bergoglio. In realtà Pannella è sempre stato contrario al matrimonio omosessuale.
Ricordiamo in proposito un antico dibattito tra Pannella stesso e il compianto Paolo Pietrosanti. Quest’ultimo sosteneva animatamente che il matrimonio era ed è l’unico negozio giuridico in cui sia rilevante il sesso dei contraenti (ad esempio, non è rilevante, a Federico Fellini piacendo, il sesso della tabaccaia). Pannella ribatteva che il “matrimonio” è concetto e istituto storicamente connotato, e che per i gay si sarebbe dovuto inventare qualcosa di diverso. Pannella sottolineava che “matrimonio” viene da mater, e che quindi l’istituto mal si attagliava a una coppia omosessuale.
L’argomento prova troppo. A parte il fatto che Pannella ci ha insegnato che la natura è storia e cultura, e quindi anche le parole possono evolversi nel significato, se “matrimonio” viene da mater, “patrimonio” viene da pater, e quindi, a rigore pannelliano, non dovrebbero darsi “patrimoni” in mani femminili o sterili, così come gli sterili non potrebbero sposarsi.
Aggiungasi che, ribaltando paradossalmente l’affermazione costante dei cattolici contrari, secondo i quali l’art. 29 della Costituzione sarebbe preclusivo di qualsiasi riconoscimento della coppia omosessuale, è proprio l’art. 29 a imporre viceversa il matrimonio tra omosessuali, pena la disparità di trattamento e la violazione del principio di uguaglianza, almeno una volta che si ammetta che anche quella tra omosessuali può essere una “famiglia”. Sicché, se non ci penserà il legislatore, si arriverà probabilmente al matrimonio egualitario per via di giurisprudenza costituzionale.
Tuttavia, qualche volta capita che Pannella rischi di avere ragione anche quando sbaglia.
Quando egli rileva che il matrimonio è storicamente connotato, non erra di sicuro, ma questo non solo per gli omosessuali, ma per tutti. Si vedano le considerazioni svolte a proposito di quell’organizzazione monogamica che è il matrimonio per Gary Becker. Il vero problema, a questo punto, è il carattere statalistico, e di diritto pubblico, del matrimonio.
Bisogna de-nazionalizzare il matrimonio, riportandolo nel diritto privato, e riducendolo, per omosessuali e non, a mero contratto tra individui.
A questo punto si risolverebbe anche il problema della poligamia e della poliandria, posto, almeno il primo, dalle ondate immigratorie. Se tutto è ricondotto a libero contratto, e non a convenzione… pubblicistica, nulla osta a che stipulino un uomo e quattro donne, tre donne e sette uomini, cinque uomini tra loro, e così via.
F) Immigrazione.
In materia di immigrazione, i radicali hanno raccolto firme per due referendum di carattere ampliativo, ma in numero insufficiente.
Si tratta certo di materia delicata, nella quale le pulsioni conservatrici e reazionarie sono non solo vellicate dai vari Matteo Salvini, ma purtroppo spontanee, e diffuse in tutto il mondo. Gli U.S.A. sono da sempre nazione di immigrati, ma anche da loro si sono affermate politiche restrittive, almeno fino ai recenti provvedimenti di Obama, anche se, come ricorda David Friedman, ai piedi della Statua della Libertà sono da sempre incise parole immortali di accoglienza al riguardo.
Certo, il buonismo alla Boldrini non aiuta, anzi è spesso controproducente, data anche il tono spesso di supponenza della cattedra di provenienza. Quel che occorrerebbe fare sarebbe invece piuttosto di convincerci e convincere che l’immigrazione conviene.
Non siamo specialisti della materia, quindi ci limitiamo a due considerazioni:
a) L’immigrazione aumenta la concorrenza economica. Si pensi ai commercianti cosiddetti abusivi, alla capacità dei cinesi di introdursi in tutti i gangli dell’economia a prezzi stracciati, dalla “prostituzione” (ottimo rapporto qualità/prezzo, a quanto si dice), ai negozi di parrucchiere, ai nails shops, al tessile, nella ristorazione, etc. Si pensi ai servizi alla persona, agli anziani (rumene, sudamericane) al lavoro domestico dei filippini, e così via.
b) L’immigrazione aumenta la concorrenza giuridica. Ogni gruppo etnico si fa infatti portatore di un proprio sistema di vita, di un proprio sistema di valori, in una rete di solidarietà interna al gruppo, in definitiva, di un proprio ordinamento giuridico in concorrenza con gli altri, e ciò è molto proficuo in vista della messa in discussione della vecchia idea di monopolio territoriale del potere e del diritto. Si pensi in particolare ai Rom, presenti con il proprio ordinamento personale in tutti i paesi d’Europa. La sfida è che, come si è anticipato, siffatto multiculturalismo trovi conciliazione in un meta-quadro giuridico liberale che consenta la co-possibilità e coesistenza di tutti gli ordinamenti particolari.
Naturalmente, per convincersi che tutto ciò sia utile, bisogna già essere convinti che sia utile la concorrenza. Sicché la battaglia delle idee si viene a collocare a un livello più elevato e forse più tecnico di discussione.
G) Eutanasia.
Lasciamo per ultima l’eutanasia, non perché sia poco importante, ma in quanto tema poco controverso in casa radicale. Al contrario, si tratta di tema centrale, al punto di poter divenire nei prossimi anni l’equivalente di quello che fu l’aborto negli anni ’70: in entrambi i casi si tratta di questione di “antiproibizionismo”, dato che siamo convinti che l’eutanasia clandestina dilaghi, anche per cognizione diretta, al tempo della dipartita della madre di chi scrive.
Si tratta, sempre in entrambi i casi, di questione afferente la libertà fondamentale del corpo, che pone l’interrogativo su chi sia il proprietario del nostro corpo.
In effetti, le argomentazioni dei contrari ci sfuggono, nella loro pochezza.
Quando un malato terminale, in preda al dolore e/o allo sconforto, o quando qualcuno in vista di diventarlo lascia il proprio “testamento biologico” (living will), chiedendo che la propria infelice vita sia interrotta, non si comprende proprio chi possa essere abilitato a opporre la propria volontà alla sua.
I cattolici contrari non possono che opporre la rassegnazione al dolore, come Maria Teresa di Calcutta che rifiutava la morfina ai malati (e come oggi si rifiuta irragionevolmente la cannabis terapeutica), ma questo sarà un problema loro, che non si vede come imporre ai refrattari.
Tra i radicali, in tale campo è particolarmente impegnata l’Associazione “Luca Coscioni”. Sicché non ci resta che chiudere augurandole di vincere, nei prossimi, speriamo pochi, anni, questa fondamentale battaglia.
CONCLUSIONE
Quale futuro per i radicali.
Giunti alla fine di questa rassegna, solo poco parole sul futuro dei radicali, dopo che, dal nostro punto di vista, si è già detto tutto quello che avevamo da dire, sia in termini di analisi economica, sia in termini di analisi giuridica (sempre che abbia senso una tale distinzione).
Si è già alluso al recentissimo feeling tra Marco Pannella e Papa Francesco, o almeno del primo verso il secondo, dato che resta ancora da vedere quanto questo amore “egualitario” sia ricambiato.
Alcuni ultimi accenni (proprio su aborto e eutanasia) non lasciano ben sperare, d’altra parte sarebbe folle aspettarsi radicali revirement da parte di un’Organizzazione millenaria, che normalmente ci mette secoli a mutare opinione sui temi fondamentali. Basta pensare al ruolo della donna all’interno della Chiesa, che è ancora quello di mille anni fa.
Con ciò non si vuole negare che qualche innovazione Francesco la stia introducendo, trovando anche critici che sono arrivati a dire che se Pannella si è avvicinato al Papa non è perché il primo si sia convertito, ma è perché sarebbe il secondo ad essersi secolarizzato (pensiamo ad Antonio Socci).
Tuttavia, al posto di Pannella, lasceremmo che il Papa segua in libertà il proprio tentativo (che fin qui ha dato i suoi frutti più appariscenti in materia di giustizia penale), e cercheremmo sbocchi altrove.
A nostro avviso, i radicali dovrebbero ulteriormente laicizzarsi, non il contrario. In questa società secolare, se ci si vuole rivolgere alle nuove generazioni metropolitane (quelle degli “happy hour”, per intenderci) e fare concorrenza alla declinante demagogia del Movimento 5 Stelle, occorre dare di sé l’immagine, corrispondente a un’effettiva identità, di partito della modernità e della libertà individuale, quindi dell’anti-statalismo a tutto campo.
Per quanto ci riguarda, proporremmo di partire chiedendo l’abbassamento della maggiore età a 16 anni: in fondo, il diritto di voto ai diciottenni risale ormai a quarant’anni fa, e quindi, se si considerano i cambiamenti sociali intervenuti, i tempi appaiono maturi per una simile riforma.
Insomma, in definitiva, meno misticismo e più pragmatismo, ma accompagnando quest’ultimo con un costante aggiornamento dell’elaborazione teorica; il che è mancato, in questi anni, tra i radicali, delegandosi a Pannella un’incessante ed affannosa ricerca, sempre connessa alle singole battaglie, che di rado ha trovato occasioni di ampio respiro (ne abbiamo ravvisata una nel famoso “Preambolo”, redatto ai tempi della lotta contro lo “sterminio per fame nel mondo”, e di cui abbiamo pur posto quelli che sono, dal nostro punto di vista, i suoi limiti in termini di dottrina del diritto).
Quindi coniugare teoria e prassi, avendo sempre a riferimento i settori più dinamici della realtà sociale, i loro bisogni, i loro desideri, la loro spinta innovativa, che il renzismo a parole dichiara di voler rappresentare.
Riteniamo, in conclusione, che lo spazio da coprire sia enorme. Certo, però (ripetiamo), con una tessera del costo di centinaia di euro…
5/5




