La parola woke ha origine nell’inglese afroamericano: è una forma alternativa del participio passato woken, usata come aggettivo con il significato di «sveglio». Per un lungo periodo, ha descritto la presa di coscienza degli afroamericani di fronte al razzismo. Nel corso degli ultimi dieci anni, però, i termini di questa famiglia semantica (woke, wokeness, wokismo) hanno circolato tra diversi gruppi sociali, posizioni politiche e ideologiche, società e lingue, e nel corso di questo processo i concetti che queste parole veicolano hanno subìto cambiamenti molto rapidi, che hanno influito in particolare sulle connotazioni predominanti a essi associate. Così, oggi, a seconda di chi parla, questi termini possono riferirsi a «un avvertimento rivolto agli afroamericani riguardo ai bianchi», a un termine «creato da e per i bianchi, in diretta opposizione all’intenzione iniziale del termine», a «una maggiore consapevolezza delle disuguaglianze e delle ingiustizie sociali»[1], a «un’ideologia di sinistra, fonte di divisione e distruzione»[2], a «un virus mentale», o ancora a «un’importazione pericolosa e divisiva».
Un modo, tra i tanti, per descrivere la circolazione che ha riguardato questi termini fa leva sull’utilizzo del concetto di «emozioni appiccicose» (in inglese, sticky affects), teorizzato dalla filosofa Sara Ahmed. In questo senso, poiché il termine woke costituisce un luogo di «tensione personale e sociale», esso «si è saturato di emozioni» nel corso della sua diffusione in diverse sfere di produzione del sapere[3] . Di conseguenza, il concetto scatena automaticamente una forte reazione emotiva ogni volta che viene evocato.
Come spiega Michael Harriot, critico culturale e politico statunitense, la genealogia del movimento woke illustra alla perfezione un fenomeno ricorrente nella storia degli Stati Uniti: quello per cui le espressioni vernacolari afroamericane vengono distorte e trasformate in armi retoriche contro i neri stessi. In origine, infatti, le parole woke e wokeness indicavano il razzismo dei bianchi nei confronti dei neri, poi hanno preso a indicare i vari tipi di discriminazione strutturale nei confronti anche di altri gruppi sociali. In queste cornici, la lotta per la giustizia sociale e le testimonianze autentiche delle vittime di discriminazione occupavano un posto preponderante. Nei loro significati più recenti, per lo più negativi, i termini woke, wokeness e wokismo sono invece superficialmente associati a temi inerenti la libertà di espressione, ma la grande questione sottostante riguarda la lotta per il dominio del discorso pubblico: la posta in gioco è l’imposizione di una visione che produca le versioni desiderate della verità e della realtà e la censura delle versioni alternative.
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L’espressione stay woke, che significa essere consapevoli e vigili di fronte alla discriminazione subita, risale almeno agli anni Venti del Novecento. Uno dei primi usi attestati figura in un testo sul panafricanismo di Marcus Garvey, pubblicato nel 1923, in cui il filosofo giamaicano incoraggiava la diaspora africana delle Americhe a risvegliarsi. Un altro riferimento ben noto è rappresentato dalla canzone blues Scottsboro Boys di Lead Belly, del 1938: il brano racconta la storia – realmente accaduta – di un gruppo di giovani neri falsamente accusati di aver violentato due donne bianche e incoraggia gli ascoltatori a «prestare un po’ di attenzione» e a «rimanere vigili» di fronte al razzismo.
Nel 1962, la parola woke fa la sua comparsa nei media mainstream. In un articolo pubblicato sul New York Times – dal titolo «If You’re Woke You Dig It» [«Se sei sveglio, ti piace»] – William Melvin Kelley spiegava alcune peculiarità dell’uso dell’inglese afroamericano: lungi dal riflettere un uso politicizzato della parola, il termine woke era utilizzato come esempio di appropriazione degli usi linguistici afroamericani da parte dei bianchi.
L’articolo di Kelley non ha introdotto il termine woke nel vocabolario comune; ciò è avvenuto durante la presidenza Obama (2009-2017). In realtà, l’espressione stay woke è rimasta un’espressione tipicamente afroamericana per descrivere la presa di coscienza del razzismo e della discriminazione fino alla metà degli anni Dieci di questo secolo. Su Twitter, ad esempio, l’espressione era costantemente utilizzata già dal 2009, ma il suo uso rimaneva circoscritto principalmente al “Black Twitter”[4], almeno fino al 2013. Come ha affermato Michael Harriot, «rimanere “woke” non aveva nulla a che fare con idee politiche progressiste; aveva tutto a che fare con i bianchi. Poi, i bianchi l’hanno scoperto».
Questo cambiamento ha coinciso con il movimento Black Lives Matter, nato dall’indignazione pubblica suscitata dalle violenze della polizia che hanno causato la morte di diversi afroamericani. Benché non fossero un fenomeno nuovo, i social media hanno permesso una maggiore diffusione e visibilità di questi casi, anche tra la popolazione non afroamericana. L’hashtag #BlackLivesMatter, creato nel 2013, ha svolto un ruolo importante in questa evoluzione.
Nel 2016, il termine woke si era diffuso. Oltre che sui social network, ha circolato attraverso produzioni culturali citate dai principali media tradizionali. La stampa tradizionale a grande diffusione, ad esempio, ha ampiamente trattato il documentario dedicato al movimento Black Lives Matter che la Black Entertainment Television ha trasmesso nel 2016.
Nel 2018-2019, il termine, già presente nei media mainstream, ha iniziato a includere altre forme di discriminazione, in particolare quelle legate ai diritti delle donne e delle persone lgbtq. Quando George Floyd è stato ucciso, nel maggio 2020, il termine woke era all’apice della popolarità negli Stati Uniti. Tuttavia, il processo di distorsione era già iniziato e, tra il 2020 e il 2022, il discorso pubblico è stato dominato da un suo uso falsato[5]. La legge «Stop W.O.K.E.» della Florida e il discorso di vittoria del governatore rieletto, Ron DeSantis, l’8 novembre 2022, sono stati due dei momenti culminanti di questa metamorfosi. Nel suo discorso, DeSantis ha dichiarato che lui e i suoi sostenitori rifiutavano «l’ideologia woke» e avrebbero continuato a combattere contro «i woke» e «la marmaglia woke» (in inglese, the woke mob) su tutti i fronti. «La Florida è il luogo dove il woke morirà», era la conclusione del suo intervento.
Molti dei significati attuali del termine fanno riferimento a questa distorsione del significato originario. In realtà, prevalevano già quando il concetto e i termini a esso correlati hanno iniziato ad affermarsi al di fuori degli Stati Uniti. In questo senso, woke e i termini affini fungono spesso da eufemismi. Si può facilmente dire, ad esempio, «sono anti-woke» piuttosto che, per esempio, «sono razzista» o «sono omofobo». Affermare che qualcosa è «woke» o rientra nell’«ideologia woke» attiva infatti automaticamente narrazioni precise, proprio come fa un’etichetta[6]. In altre parole, quando il termine woke viene evocato in modo da liquidare sprezzantemente le questioni che pone, il pubblico interessato sa come interpretare il messaggio, anche in assenza di contenuti esplicitamente intolleranti, discriminatori o di incitamento all’odio.
Affinché questa operazione funzionasse, era importante un ulteriore passaggio: ricorrere al termine wokismo, in modo da caratterizzare il woke come ideologia nel senso marxista tradizionale, ossia una teoria che interpreta una realtà in modo distorto. Ciò ha permesso di reinterpretare l’attivismo anti-woke come una legittima difesa della maggioranza che lotta per i valori tradizionali e la libertà di espressione (ricorrendo però alla censura di testi o discorsi sgraditi ogniqualvolta lo si reputi necessario). In questo modo, l’intolleranza insita nella lotta contro la giustizia sociale e i diritti civili viene mascherata da movimento di resistenza.
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Oggi, il termine woke è diventato un significante fluttuante o vuoto, nel senso che il concetto e le parole utilizzate per esprimerlo possono assumere significati diversi, spesso del tutto opposti[7]. Inoltre, queste accezioni sono sempre più di giudizio ed emotive: il termine woke suscita quelle che Sara Ahmed definisce appunto emozioni appiccicose.
Questi sviluppi si riflettono nel modo in cui il termine woke ha circolato a livello transnazionale tra i movimenti di estrema destra di tutto il mondo, come termine generico, sinonimo di entità e fenomeni quali la sinistra, il marxismo culturale, il liberalismo o il globalismo. Ad esempio, Matteo Salvini è un feroce oppositore della «follia dell’ideologia woke». Lo stesso vale per il presidente argentino Javier Milei, che ha accusato l’ex leader venezuelano Nicolás Maduro di essersi alleato con «ong woke» per promuovere la sinistra radicale mondiale. Durante un incontro con Giorgia Meloni, Milei ha parlato dei pericoli del «virus woke» e dell’importanza di promuovere i valori occidentali e il buon senso per combatterlo. La stessa Meloni ha attribuito alla «cultura woke» ogni sorta di male, compresa la riscrittura della storia e, in ultima analisi, la disgregazione dell’Italia e dell’Unione europea. Il partito di estrema destra spagnolo Vox ha persino invocato una legge che vieti «l’ideologia woke» e l’ingerenza del governo nei media. L’intolleranza insita nel movimento anti-woke è inoltre illustrata dall’edizione ungherese 2023 della Conservative Political Action Conference: essendo l’evento una «zona anti-woke», ai giornalisti non allineati è stato negato l’accesso.
Nel contesto francese, alcuni sostengono che le radici del fenomeno del woke liberale – cioè l’interpretazione progressista del wokismo (non solo afroamericana) – risiedono nell’affermazione del pensiero post-strutturalista e decostruzionista francese nei campus statunitensi negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso. Ad esempio, i pensatori che hanno sviluppato gli studi postcoloniali, come Edward Said, o gli studi di genere, come Judith Butler, sarebbero stati completamente permeati dalla French Theory. Tali interpretazioni possono certamente spiegare alcuni fattori all’origine dell’uso generalizzato del concetto di woke, ma non tengono conto delle radici afroamericane del concetto né dei suoi evidenti legami con la politica razziale nordamericana – caratterizzata da estrema violenza e intolleranza[8] – e questo già nell’epoca precedente all’importazione della French Theory negli Stati Uniti. D’altra parte, la French Theory, nota per la sua malleabilità, ha ispirato anche pensatori neoreazionari[9] .
Come dimostrano iniziative quali lo «Stop W.O.K.E. Act» in Florida, la vera vittima dell’anti-wokismo è quella stessa libertà di espressione che, secondo gli anti-wokisti, è vittima del wokismo. Può darsi che – come annunciato in pompa magna da Ron DeSantis – il movimento woke morirà, ma anche la libertà di espressione è in fin di vita. In altre parole, mentre il movimento woke rivendica che la voce delle minoranze sia ascoltata, l’anti-wokismo tutela esclusivamente la voce della maggioranza. Lungi dal costituire solo una lotta per la libertà di espressione, quella contro il woke è essenzialmente una lotta per il potere.
Il glossario dell’estremismo di destra, ideato e coordinato da Steven Forti, si nutre della collaborazione di storici, sociologi, politologi e sociolinguisti di diversi paesi europei membri di ARENAS (Analysis of and Responses to Extremist Narratives), progetto finanziato dal programma di ricerca e innovazione Horizon Europe dell’Unione europea.





