entendre la dissuasió: el llenguatge essencial del nou ordre internacional

Capire la deterrenza: il linguaggio essenziale del nuovo ordine internazionale

Nel lessico della sicurezza internazionale, poche parole hanno la densità concettuale e operativa del concetto di deterrenza. Non si tratta di un concetto astratto, né di una formula generica utile per comprendere la strategia in tempo di pace. La deterrenza è oggi la struttura portante dell’agire strategico degli Stati, il principio ordinatore delle posture militari e delle scelte tecnologiche, la grammatica attraverso cui si costruisce, si segnala e si comunica la propria disponibilità a reagire di fronte a una minaccia.

Deterrenza significa, in termini essenziali, costruire le condizioni per impedire che altri agiscano contro i propri interessi vitali, non attraverso la persuasione diplomatica o l’influenza economica, ma attraverso la minaccia credibile di una reazione immediata, efficace e sproporzionata rispetto al guadagno atteso dell’attaccante. Essa non ha a che fare con l’escalation, ma con la prevenzione. E non è definita dall’uso della forza, ma dalla disponibilità e prontezza a impiegarla. Per dirla diversamente la deterrenza è già che uno stato promette di fare ad un altro se viene minacciato o aggredito.

Nel nuovo contesto internazionale, in cui le logiche cooperative dell’interdipendenza sono state superate da quelle della competizione sistemica tra potenze, la deterrenza non è un’opzione fra le tante, ma il prerequisito per esistere come soggetto strategicamente rilevante. Si esiste, se si è in grado di prevenire una aggressione e questo lo si fa se si è in grado di dimostrare che ogni attacco o minaccia contro i propri interessi vitali comporterà un costo insostenibile per chi lo attua. La deterrenza, quindi, non è tanto una questione di potenza assoluta, quanto di credibilità della risposta, coerenza della postura e velocità di attivazione.

Deterrenza non significa solo possedere capacità militari, ma saperle mobilitare in un sistema coerente di comunicazione strategica. Essa opera su tre piani: la capacità (avere i mezzi), la volontà (essere disposti a usarli), e la comunicazione (trasmettere con chiarezza la propria posizione). Un paese può avere un arsenale imponente ma una deterrenza debole, se non riesce a dimostrare la propria determinazione o se non è in grado di reagire in tempi utili. Al contrario, anche un attore minore può esercitare un’efficace deterrenza se riesce a costruire una postura chiara, integrata e immediatamente mobilitabile.

Nella nuova fase del sistema internazionale, la deterrenza è tornata ad essere la cifra essenziale della sovranità. Israele la struttura intorno alla dottrina della ritorsione fulminea e incontrollabile. Gli Stati Uniti la ancorano a un sistema di alleanze globali sostenute da una superiorità tecnologica convenzionale. La Cina la integra nella propria strategia di controllo regionale e ambiguità calcolata. La Russia l’ha ricondotta al ricatto nucleare e all’uso della forza convenzionale old style. In ogni caso, senza deterrenza non vi è autonomia, e senza autonomia non vi è sicurezza.

Chi non conosce il vocabolario della deterrenza è destinato a parlare un linguaggio che nessuno ascolta nel nuovo ambiente strategico. Nell’epoca delle sfere d’influenza, delle zone di esclusione e dei conflitti ad alta intensità, la deterrenza non è un’opzione tra le altre, ma la condizione minima per essere riconosciuti. Ignorarla significa restare esposti alla coercizione, incapaci di proteggere le proprie filiere, le proprie infrastrutture, le proprie capacità produttive e i propri cittadini. In definitiva, significa essere costretti a vivere in un mondo deciso da altri.