"Il nuovo manifesto radicale", Fabio Massimo Nicosia

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Il nuovo manifesto radicale

di Fabio Massimo Nicosia
INTRODUZIONE – liberale, radicale, anarchico
PARTE PRIMA
PROBLEMI DI STRUTTURA
1. La storia come lotta di potere – Inattualità di Marx
2. L’idiocrazia
3. Contabilizzazione dei beni demaniali e rendita di esistenza
4. La realizzazione di mercato dei beni pubblici.
 
PARTE SECONDA
DIRITTO E POLITICA
1. Stato di diritto e “Preambolo allo Statuto” del Partito Radicale.
2. La partecipazione democratica (second best).
3. I diritti civili
A) Manicomi, carceri, diritto penale, polizia.
B) La Corte Penale Internazionale.
C) Droga.
D) Prostituzione.
E) Matrimonio egualitario.
F) Immigrazione.
G) Eutanasia.
 
CONCLUSIONE
 
Quale futuro per i radicali.
 
INTRODUZIONE – liberale, radicale, anarchico
“Radicale” è termine polisemico e il suo significato dipende dai diversi contesti politici; tuttavia, almeno nel quadro storico europeo, si può forse individuare un denominatore comune, consistente nel costituire il radicalismo la sinistra, quando non l’estrema sinistra, “borghese”; e ciò prima dell’affermarsi delle correnti socialiste, ma anche dopo, quando i liberali-radicali, soprattutto in Gran Bretagna, si posero il problema del rapporto con il nuovo emergente movimento, talora collaborando o addirittura confluendo in esso, come è accaduto a molti fabiani, laburisti, o, da noi, al radicale Filippo Turati, divenuto leader di un socialismo riformista con simpatie anarchiche, come abbiamo documentato in altra sede.
Di fronte al consolidarsi di un movimento autonomo dei lavoratori, i radicali avevano dunque tre opzioni, almeno astrattamente: o collocarsi alla loro “destra”, difendendo sostanzialmente gli interessi della piccola borghesia; o allearsi con esso, come sovente è avvenuto (si pensi a un personaggio singolare come Charles Bradlaugh), con battaglie per l’estensione del suffragio, per la libertà di opinione e di associazione, per la laicità delle istituzioni, per migliori condizioni di lavoro, e altro; ovvero, mano mano che il movimento socialista si istituzionalizzava ed entrava nei gangli dello Stato, mantenere la propria vocazione di “estrema sinistra” istituzionale, e “scavalcarli”. Il che, a ben vedere, è l’operazione condotta da Marco Pannella con i giovani della sinistra radicale agli inizi degli anni ’60 dello scorso secolo, quando egli diceva, del resto, che l’alleanza dei radicali con le espressioni del movimento operaio non andava intesa come alleanza tra intellettuali borghesi, da una parte, e proletariato dall’altra, ma come alleanza tutta interna al mondo popolare.
Ma a parte tale possibile scelta pratica, si può forse dire che, anche sul piano strettamente ideale, il radicalismo si colloca più “a sinistra” di qualsiasi socialismo possibile. E non è difficile individuarne le ragioni. Il socialismo, sia nelle sue versioni utopiche e anti-stataliste, sia, a maggior ragione, nelle raffigurazioni statalistiche, dà l’idea di una società chiusa e precostituita negli esiti, di un “punto di arrivo” in fondo immobile, mentre il radicalismo, con la sua connaturata idea di perfettibilità dell’uomo e delle sue istituzioni, è più vicino all’idea di una società aperta, dinamica, conflittuale, mai definita nei suoi contorni ultimi. Diciamo quindi che il radicalismo è più progressista del socialismo, così come –per rimanere in ambito “radicale”- Gobetti è probabilmente più progressista di Rosselli.
Più esattamente, il radicalismo è la linea che conduce dal liberalismo all’anarchismo.
Ciò si comprende meglio se si fa riferimento ai predecessori storici di tale corrente di pensiero.
I due filoni storici principali normalmente ricondotti alla tradizione e alla cultura radicali sono quello francese e quello anglo-sassone. Per quanto riguarda la Francia, occorre principalmente far riferimento ai club giacobini di sinistra, anti-statalisti, anti-militaristi e anti-polizieschi. Per quanto riguarda la Gran Bretagna, i primi nomi che vengono in mente sono quelli dei padri dell’utilitarismo, Jeremy Bentham e soprattutto John Stuart Mill, universalmente definiti “radicali” dai manuali di storia delle dottrine politiche, così come lo erano i loro predecessori Levellers e Diggers, questi ultimi orientati più su posizioni di tipo comunistico (della terra).
Per Mill -che ci ha lasciato peraltro pagine definitive sulle libertà individuali nel suo noto saggio On liberty, dettando principi validi in ogni tipo di società, come antidoto anche di degenerazioni autoritarie possibili anche in una comunità pretesamente “anarchica” (si vedano anche i rischi della democrazia partecipata individuati da Tocqueville)- l’obiettivo della filosofia e della politica era di perseguire il massimo benessere possibile del maggior numero di persone; ma, egli precisava, il maggior numero di persone immaginabile sono tutti gli individui. Come dire che, a dispetto di quelle che sono state successivamente individuate come degenerazioni autoritarie dell’utilitarismo, questo in realtà, a rigore, persegue il benessere e la felicità di tutti e di ognuno.
Si comprende subito dove vogliamo arrivare: a Thomas Jefferson. Egli è in realtà il primo pensatore compiutamente radicale (che, basta vedere le date, ha preceduto Mill), secondo il quale, come si ricava dalle sue opere notissime (Dichiarazione d’indipendenza, dichiarazione dei diritti della Virginia, corrispondenza, etc.), il punto centrale è il diritto innato alla ricerca della felicità, con la precisazione, importantissima, che, per perseguire un tale obiettivo, non occorresse alcun potere autoritario, paterno o dispotico, ma occorresse garantire a tutti la più ampia azione in ogni campo, limitando al massimo le attività e le interferenze governative.
Sicché è pur vero che gli uomini istituiscono “governi”, ma fan ciò per garantirsi il diritto alla vita, alla libertà, e alla felicità, e, se i governi trasgrediscono il loro impegno, gli uomini possono mutarli e addirittura abolirli.
In termini filosofici, dunque, Jefferson coniuga il linguaggio giusnaturalistico dei diritti di Locke con quello proto-utilitaristico, degli interessi, del benessere e delle passioni, di uno Hume. Da qui si sviluppa un ulteriore percorso: dall’idea che gli uomini possono abolire il governo che non rispetta i loro diritti e interessi scaturisce l’idea che il governo migliore è quello che governa meno (Thomas Paine); e da qui, passo ulteriore, che il governo migliore è quello che non governa affatto, come invocava Henry Thoreau.
Thoreau è a sua volta un “radicale”. Testatore e proclamatore della disobbedienza civile, maestro di Gandhi, egli, radicalmente libertario, non definiva sé stesso come un “anarchico”, perché non chiedeva l’abolizione immediata del governo, ma si sarebbe accontentato di un governo “migliore”, magari non militarista (egli disobbedì a una tassa perché era contro la guerra con il Messico, mentre sperimentava la sua utopia individualista nei boschi di Walden), fermo restando sullo sfondo l’ideale finale anarchista. E accanto a Thoreau vanno ricordati gli anarchici individualisti americani autoctoni, i Tucker, gli Spooner, i Warren, il cui contributo fondamentale deve ancora essere pienamente apprezzato, fino ad arrivare agli odierni anarco-capitalisti, con tutte le loro pur feconde contraddizioni.
E del resto si suol dire che anche il “primo anarchico”, William Godwin, a sua volta successivo nel tempo a Jefferson, fosse un utilitarista, dato il suo chiaro riferimento al benessere come obiettivo illuministico della ragione e delle istituzioni sociali.
Se queste sono, secondo noi, le migliori radici del pensiero “radicale” (ripetesi, linea di congiunzione che conduce dal liberalismo all’anarchia, quale ideale ultimo, forse irraggiungibile, ma da tenere a mente quantomeno come mito in grado di muovere all’azione, pratica sociale autogestionaria e di separazione individuale e collettiva nell’oggi, sperimentazione di stili di vita alternativi, oltre che teoria anarchica come fonte di analisi sovente efficace del presente) al quale occorre sempre far riferimento, val la pena di venire a noi e di analizzare, trascurando i passati giacobini e garibaldini, come il radicalismo si è inverato da noi nei tempi più recenti.
Non può a questo punto non farsi riferimento alla figura di Marco Pannella. Uomo di azione, più che di dottrina, egli ha unito la tradizione francese con quella americana del movement e della controcultura, almeno nei metodi oltre che in alcuni contenuti, e ha proseguito la linea storica tipicamente anglo-francese dell’empirismo e del pragmatismo, teorizzando sempre in funzione delle singole battaglie.
Ma, districandoci tra i suoi innumerevoli discorsi, i suoi scritti di occasione, e i suoi rari contributi, importanti, teorici (prefazione al libro di Andrea Valcarenghi “Underground a pugno chiuso” del 1973 e “Preambolo allo Statuto del Partito Radicale” del 1980) possiamo dire che Pannella nasce liberale, diventa strada facendo libertario e “anarchico” per tornare nella maturità “liberale”, e parrebbe un’involuzione, se non fosse che Pannella è troppo furbo, e forse ci ha buggerato ancora (si veda quanto diremo a proposito del “Preambolo”).
Di Pannella, in questa introduzione, resta forse da dire del suo rapporto di odio-amore con il suo stesso partito. Nella seconda metà degli anni ’70, sulla scorta delle grandi battaglie per i diritti civili, il partito radicale era divenuto un piccolo partito di massa, e alcuni, all’interno del movimento, proponevano una più solida organizzazione, non già da sostituire all’incontestabile leadership di “Marco”, ma per affiancarlo, come voleva Massimo Teodori con il gruppo di “Argomenti Radicali”, ferma restando la di lui autonomia nell’ideare e proseguire le singole battaglie. Pannella non ne ha voluto sapere e ha sostanzialmente distrutto il partito, sostituendolo con una raccolta di fedelissimi al suo servizio e seguito, fino a fondare, come ha ricordato Piero Ignazi, un movimento concorrente, i Verdi, invitando i dissidenti a confluirvi. Tuttavia la storia si è ripetuta, non poteva essere altrimenti, e nuovamente si sono riprodotti all’interno del movimento fermenti di opposizione. Insomma, Pannella non ha mai voluto accettare l’idea di un partito organizzato autonomo, e mentre prima ha risolto il problema con il più drastico dei provvedimenti (l’elevazione del costo della tessera a livelli insostenibili, oltre alla soppressione dei partiti regionali, fonte secondo lui di discordia, mentre altri direbbero di formazione di nuove élites), riducendo radicalmente il numero degli iscritti (ferma restando la crisi della militanza che ha colpito indistintamente il mondo della politica dopo la sbornia di partecipazione degli anni ’60 e ’70), oggi sostiene che il rimedio ai conflitti interni sarebbe viceversa l’estensione della presenza della “gente” all’interno del partito; certo che con una tessera di centinaia di euro all’anno…
Intanto emergevano gli anarco-radicali. A tale proposito, occorre far riferimento a un numero di Re Nudo, la storica rivista di controcultura diretta da Andrea Valcarenghi, del 1976 che conteneva, oltre alla pubblicazione della proposta di legge radicale sulla droga, i risultati di un sondaggio sugli orientamenti politici dei lettori. Ebbene, in pieno clima marxista o leninista, la maggioranza relativa dei lettori esprimeva un orientamento politico nella direzione del Partito Radicale. Ma non si tratta solo di questo. Vediamo i dati separatamente tra uomini e donne.
Tra gli uomini, il 19,7% esprimeva una preferenza per i radicali, solo il 9,8 per LC ad esempio, mentre gli anarchici erano il 7,8% (comunque tanti). Interessanti anche le indicazioni doppie o triple: l’11,7% indicava la propria preferenza per il PR più qualcosa d’altro (LC, PDUP e AO), mentre il 5,2% indicava una preferenza congiunta per radicali e anarchici.
Insomma, sommando preferenze singole, doppie o triple, i radicali erano oltre il 35% di preferenze, e gli anarchici attorno al 13%.
Ancora più interessanti i dati per le donne, data l’incidenza del movimento femminista.
I radicali da soli avevano anche qui la maggioranza relativa (20%), ma le anarchiche erano ben il 18,2%.
Ma, si badi, chi indicava sia radicali che anarchici o cani sciolti) erano, tra le donne, ben il 16,8%.
Come dire che le preferenze radicali, tra le femmine, raccoglievano quasi il 37% e quelle anarchiche il 35%, naturalmente i dati vanno sovrapposti.
A questo punto chiediamoci: chi erano questi anarco-radicali?
A nostro avviso si trattava di due categorie:
a) I radicali che non erano completamente appagati dalla politica delle singole issues sui diritti civili, che pure erano riconducibili a un unico denominatore, la politica della liberazione del corpo, ma che intendevano collocare quest’ultima in un contesto più ampio, in uno sfondo ideale, anche utopico, ma più complessivo.
b) Gli anarchici che non condividevano la linea astensionista del movimento anarchico ufficiale, e che vedevano nelle iniziative radicali degli inveramenti concreti, anche se graduali, di una possibile politica libertaria, fermo restando l’ideale ultimo anarchico.
Come si vede, queste due posizioni finiscono con il sovrapporsi.
C’è da chiedersi che fine abbiano fatto tutti costoro, e se ad esempio abbiano condiviso o no la svolta liberista e quasi anarco-capitalista dei radicali degli anni ’90, che ha avuto pregi e difetti
Ma parliamo pure senza reticenze di tale fase storica radicale. Come si diceva, essa ha avuto luci e ombre che sono le luci e le ombre dell’anarco-capitalismo, anche a prescindere dalle più recenti involuzioni conservatrici, quando non reazionarie, di questa corrente di pensiero. Il pregio dell’anarco-capitalismo storico sta, a seconda delle scuole, nella sottolineatura dei diritti individuali o della teoria del mercato come strumento consensuale di decisione collettiva. Il difetto sta nell’indifferenza nei confronti dei più deboli, che, a nostro avviso, trova soluzione nel considerare la terra, secondo una prospettiva alla Locke o alla Henry George, come originariamente res communis, e non come res nullius, con conseguente previsione di un rendita ricardiana a favore di ciascuno per il fatto stesso dell’esistenza, come meglio si illustrerà. Infatti, se i diritti di proprietà non costituiscono un presupposto del mercato, ma sono essi stessi calati nel mercato, ogni apprensione unilaterale comporta una compensazione a vantaggio di chi resta diminuito nei propri diritti originari sulla Terra.
Del resto anche il fondatore radicale Ernesto Rossi era un liberista, ma voleva, al contempo, “abolire la miseria”, come suona il titolo di un suo noto volume. E la grossa sfida è di verificare se ciò sia possibile in chiave autogestionaria e non statalistica.
Ma non si vuole eludere nemmeno il punto più controverso e scottante della politica radicale degli ultimi decenni: la questione del rapporto con Berlusconi e della pur limitata alleanza di Pannella col Polo delle libertà nel 1994. Non si vuole approvare o giustificare questa scelta, ma comprenderla, e per far ciò useremo le parole di uno studioso non radicale, a sua volta controverso, ma certo non sospetto di essere destrorso: Toni Negri.
Scriveva Negri subito dopo le elezioni del ’94: la destra “ha vinto perché ha interpretato le modificazioni profonde del tessuto produttivo italiano e ha compreso il ruolo della comunicazione nelle società contemporanee”. Tuttavia, “Berlusconi non è la diabolica funzione di un’orrida macchina di potere televisivo… No, Berlusconi è semplicemente un neoliberale”, non un fascista. E la sinistra? La sinistra, prosegue Negri, non ha compreso la trasformazione italiana “e ha continuato a considerare le corporazioni come tramite di rappresentanza”. E poi il colpo finale: “Oggi in Italia vi sono due società parassitarie; l’una è la mafia, l’altra è la sinistra, con il suo corredo di sindacati e di cooperative… Ma forse dire questo è troppo: la sinistra infatti non ha neppure la dignità criminale della mafia, essa è solamente un morto che cammina… la sinistra è come un pugile suonato, cammina sonnambulo. Con tutta probabilità, l’unica cosa da fare è sgambettare questo zombie”. Fin qui Toni Negri.
Si tratta dello stesso genere di argomentazioni che portò gli autonomi di Metropoli a sostenere Reagan contro il democratico Mondale: il liberismo come sede del comunismo possibile: un approccio si direbbe quasi gobettiano, come si vede, ed è del resto in nome di Gobetti che Franco Piperno, nel 1979, invitò gli autonomi a votare radicale.
Che cosa accomuna l’analisi feroce di Negri con la scelta di allora di Pannella? A nostro modo di vedere, si tratta soprattutto di due elementi:
a) Fatto fuori il PSI con Tangentopoli, la piccola ammucchiata della “gioiosa macchina da guerra” di Occhetto era la diretta erede della grande ammucchiata dell’unità nazionale del periodo ’76-79. E’, come è noto, all’interno di tale grande coalizione, la forza che con maggiore fermezza si batteva contro i movimenti e contro l’opposizione parlamentare e referendaria radicale erano i comunisti, individuati dallo stesso movimento del ’77 come maggior nemico e maggiore responsabile della repressione (vedi vicenda bolognese);
b) L’individuazione in Berlusconi di un possibile riformatore liberale, ma questo, tanto in Negri che in Pannella, è stato un errore di sopravvalutazione, dato che (ma comunque Pannella se n’è detto tanta volte consapevole) Berlusconi non aveva né la forza né la cultura per essere davvero un eroe della rivoluzione liberale.
Del resto, subito dopo essersi alleato con i radicali, egli ha cercato subito amici al centro, il PPI di Buttiglione, mostrandosi immediatamente succube del mondo cattolico. Vedremo in futuro se le recenti resipiscenze sulle coppie gay, oltre che negli spot Findus, avranno un seguito anche nella destra italiana, stante la lentezza di Renzi sul punto, oltre alla sua sordità su tutto il resto delle tematiche dei diritti civili: si pensi alla questione carceraria, che Pannella vuole portare a livello ONU, alla questione droga, a quella dell’eutanasia e tante altre, a tacere dell’asfittico approccio alle questioni sociali e dell’economia. Il che dimostra che la necessità di una presenza radicale e libertaria, anche sul piano culturale, è ancora necessaria in questo paese, e non solo, basti pensare al grande movimento, per quanto possibile nonviolento, degli studenti di Honk Kong. E noi vogliamo cercare di dare il nostro modesto contributo in questa direzione...
CONCLUSIONE

Quale futuro per i radicali.

Giunti alla fine di questa rassegna, solo poco parole sul futuro dei radicali, dopo che, dal nostro punto di vista, si è già detto tutto quello che avevamo da dire, sia in termini di analisi economica, sia in termini di analisi giuridica (sempre che abbia senso una tale distinzione).
Si è già alluso al recentissimo feeling tra Marco Pannella e Papa Francesco, o almeno del primo verso il secondo, dato che resta ancora da vedere quanto questo amore “egualitario” sia ricambiato.
Alcuni ultimi accenni (proprio su aborto e eutanasia) non lasciano ben sperare, d’altra parte sarebbe folle aspettarsi radicali revirement da parte di un’Organizzazione millenaria, che normalmente ci mette secoli a mutare opinione sui temi fondamentali. Basta pensare al ruolo della donna all’interno della Chiesa, che è ancora quello di mille anni fa.
Con ciò non si vuole negare che qualche innovazione Francesco la stia introducendo, trovando anche critici che sono arrivati a dire che se Pannella si è avvicinato al Papa non è perché il primo si sia convertito, ma è perché sarebbe il secondo ad essersi secolarizzato (pensiamo ad Antonio Socci).
Tuttavia, al posto di Pannella, lasceremmo che il Papa segua in libertà il proprio tentativo (che fin qui ha dato i suoi frutti più appariscenti in materia di giustizia penale), e cercheremmo sbocchi altrove.
A nostro avviso, i radicali dovrebbero ulteriormente laicizzarsi, non il contrario. In questa società secolare, se ci si vuole rivolgere alle nuove generazioni metropolitane (quelle degli “happy hour”, per intenderci) e fare concorrenza alla declinante demagogia del Movimento 5 Stelle, occorre dare di sé l’immagine, corrispondente a un’effettiva identità, di partito della modernità e della libertà individuale, quindi dell’anti-statalismo a tutto campo.
Per quanto ci riguarda, proporremmo di partire chiedendo l’abbassamento della maggiore età a 16 anni: in fondo, il diritto di voto ai diciottenni risale ormai a quarant’anni fa, e quindi, se si considerano i cambiamenti sociali intervenuti, i tempi appaiono maturi per una simile riforma.
Insomma, in definitiva, meno misticismo e più pragmatismo, ma accompagnando quest’ultimo con un costante aggiornamento dell’elaborazione teorica; il che è mancato, in questi anni, tra i radicali, delegandosi a Pannella un’incessante ed affannosa ricerca, sempre connessa alle singole battaglie, che di rado ha trovato occasioni di ampio respiro (ne abbiamo ravvisata una nel famoso “Preambolo”, redatto ai tempi della lotta contro lo “sterminio per fame nel mondo”, e di cui abbiamo pur posto quelli che sono, dal nostro punto di vista, i suoi limiti in termini di dottrina del diritto).
Quindi coniugare teoria e prassi, avendo sempre a riferimento i settori più dinamici della realtà sociale, i loro bisogni, i loro desideri, la loro spinta innovativa, che il renzismo a parole dichiara di voler rappresentare.
Riteniamo, in conclusione, che lo spazio da coprire sia enorme. Certo, però (ripetiamo), con una tessera del costo di centinaia di euro…