"Què significa ésser radical?", Lorenzo Strick-Lievers

Què vol dir, per a vosté, ésser radical?

La radicalitat de l´opció per la llibertat. És per això que els radicals tenen una relació amb la política diferent de tots els altres. Tradueixen el sentit total de la llibertat en un sentit molt rigorós de la llei i de la Institució com a garantia d´ella. Per això s´indignen quan la llei, les institucions no són respectades. A Itàlia, en canvi, tenim a la sang la idea de la irrellevança de la regla: sí, hi ha la llei, però després s´ignora, s´eludeix, els acords de veritat es fan fora d´aquesta, sobre la base de relacions de poder. El radical trova això escandalós. I ho combat amb la noviolència. Que no és una forma subtil de xantatge (desdejuni per a forçar-te a fer allò que vull jo), sinó d´educació recíproca: desdejuno per a que també tu facis els comptes amb la teva consciència, per a que et preguntis perquè no apliques la llei que dius seguir.

16-X-08, notizieradicali, Lorenzo Strick Lievers, Il Giornale - Tempi del 16 ottobre 2008, pag. 50

 




 

Lorenzo Strick-Lievers, radical des del 1956


Cosa vuol dire, per lei, essere radicale?

La radicalità della scelta per la libertà. È per questo che i radicali hanno un rapporto con la politica diverso da tutti gli altri. Traducono il senso totale della libertà in un senso molto rigoroso della legge e dell’istituzione come garanti di essa. Per questo si indignano quando la legge, le istituzioni non vengono rispettate. In Italia invece abbiamo nel sangue l’idea dell’irrilevanza della regola: sì, c’è la legge, ma poi si ignora, si elude, gli accordi veri si fanno al di fuori di essa, sulla base di rapporti di potere. Il radicale trova questo scandaloso. E lo combatte con la non violenza. Che non è una forma sottile di ricatto (digiuno per costringerti a fare quel che voglio io), ma di educazione reciproca: digiuno perché anche tu faccia i conti con la tua coscienza, perché ti domandi perché non applichi la legge che dici di seguire.

16-X-08, notizieradicali, Lorenzo Strick Lievers, Il Giornale - Tempi del 16 ottobre 2008, pag. 50

 

L'entrevista sencera:

«Da quando sono radicale? La prima campagna l’ho fatta in prima media, nel 1956. Mi era capitato per le mani un numero del Mondo di Mario Pannunzio e mi sono entusiasmato. Al partito, però, mi sono iscritto nel ‘64, quando l’ha preso in mano Marco Pannella. E sono stato il primo radicale a finire in galera per ragioni politiche, nel ‘66, per aver distribuito durante una manifestazione per il 4 novembre un volantino che chiedeva una legge sull’obiezione di coscienza. "Istigazione ai militari a disobbedire", fu l’accusa». Milanese purosangue (abita da sempre a un passo dai Navigli), classe 1944, già deputato e oggi professore di Metodologia dell’insegnamento della storia all’Università di Milano Bicocca (storia e scuola sono da sempre due sue grandi passioni), Lorenzo Strik Lievers è dunque radicale si può dire da sempre. Ma anche da sempre un radicale un po’ fuori dal coro, abituato a prendere posizioni controcorrente, come quando, anni addietro, si disse che insieme a Giovanni Cominelli rappresentava all’interno del partito la "corrente Ratzinger".

«Adesso non esageriamo. Fu una battuta che a un certo punto iniziò a circolare. Accadde in occasione dell’uscita della Dominus Jesus, che tante polemiche suscitò per la rivendicazione da parte dell’allora cardinale prefetto della Congregazione per la dottrina della fede di una superiorità della verità rivelata. Perché tanto scalpore?, chiedevo. Io non credo che il Papa abbia la verità, ma se fossi cattolico, direi esattamente le stesse cose. Altrimenti perché esserlo? Più interessante mi sembrava il fatto che il documento spostasse il problema della verità su un piano religioso, uscendo da un’antica ambiguità ecclesiastica che tendeva a fare della verità di fede qualcosa divincolante per tutti». 

Lei ha un’attenzione nei confronti della Chiesa poco comune nel suo mondo.

Guardi, io penso che molte delle battaglie radicali nei confronti della Chiesa siano ben fondate, come la protesta per un’eccessiva presenza sui media della Chiesa come unica fonte dell’insegnamento morale. Una presenza che stride tra l’altro con la realtà dei fatti, che è quella di una scristianizzazione profonda. Credo che se fossi cattolico non punterei su questo livello di insegnamento morale. Così come se fossi cattolico sosterrei l’abolizione dell’insegnamento concordatario della religione cattolica.

E perché?

Perché sembra fatto apposta per dare l’immagine della religione come fatto strutturalmente marginale. Un insegnante di fatto di serie B, senza voti, senza incidenza reale sulla vita della scuola, costretto a inseguire l’approvazione dei suoi allievi e per questo quasi sempre a insegnare tutto tranne religione, col risultato che in un paese in cui nonostante tutto il 90 per cento degli studenti si avvale di questo insegnamento l’ignoranza in materia è spaventosa. Ma soprattutto, ripeto, si dà l’impressione che la religione sia una questione marginale, irrilevante. Così come penso che la vicenda dell’8 per mille sia una patologia civile. Però penso anche che da parte di un laico liberale oggi puntare l’interesse nei confronti della Chiesa solo su queste questioni sia riduttivo, poco interessante. Con le sfide drammatiche che ci troviamo a vivere (intendo soprattutto le questioni che lo sviluppo delle tecnoscienze, delle biotecnologie pongono alla concezione stessa dell’uomo) l’interesse di un laico appassionato all’umano non possa che andare alle preoccupazioni che la Chiesa esprime in questa direzione, e all’apertura che essa ha avuto, almeno a partire dal Concilio Vaticano II, nei confronti della libertà della persona come valore coessenziale a quello della verità.

Come è cominciato questo suo rapporto dialettico ma schietto, aperto con il mondo cattolico? 

Quando andavo al liceo Berchet ero uno dei "capi" del gruppo laico-radicale, facevamo un giornale che si chiamava Libera critica che per un certo tempo è stato diretto, tanto per fare un nome, da Tommaso Padoa-Schioppa. Il capo del gruppo avverso, quello con cui ci contendevamo l’egemonia nella scuola, era il mio insegnante di religione, don Luigi Giussani. Era il capo degli avversari, ma le sue lezioni erano spiazzanti. Facevano fuori tutti gli schemi che avevo in mente del professore di religione e della Chiesa in generale. Io spesso in classe ribattevo, ne nascevano dialoghi anche agguerriti, ma sempre stimolanti. Più volte sono andato anche ai loro incontri, per capire chi fossero questi "giessini", così diversi dall’immagine della Chiesa allora corrente. E quando trent’anni dopo l’ho rivisto, anche lui si ricordava perfettamente di noi, della nostra classe, dei banchi in cui sedevano Tizio e Caio. Su tante cose non eravamo d’accordo, però in quel suo dire: «Mandateci in giro nudi, ma lasciateci la libertà di educare», ho trovato un valore essenziale. Forse perché mia mamma era maestra in una scuola steineriana, e io ho sempre avuto vivissima l’idea che sia giusto che chiunque abbia un’ipotesi educativa e pedagogica debba poterla mettere in atto, e che chiunque debba poter scegliere l’ipotesi che preferisce.

Però è rimasto dalla sua parte. Cosa vuol dire, per lei, essere radicale?

La radicalità della scelta per la libertà. È per questo che i radicali hanno un rapporto con la politica diverso da tutti gli altri. Traducono il senso totale della libertà in un senso molto rigoroso della legge e dell’istituzione come garanti di essa. Per questo si indignano quando la legge, le istituzioni non vengono rispettate. In Italia invece abbiamo nel sangue l’idea dell’irrilevanza della regola: sì, c’è la legge, ma poi si ignora, si elude, gli accordi veri si fanno al di fuori di essa, sulla base di rapporti di potere. Il radicale trova questo scandaloso. E lo combatte con la non violenza. Che non è una forma sottile di ricatto (digiuno per costringerti a fare quel che voglio io), ma di educazione reciproca: digiuno perché anche tu faccia i conti con la tua coscienza, perché ti domandi perché non applichi la legge che dici di seguire.

Il che non le ha impedito, dicevamo, di prendere posizioni scomode per un radicale.

Quando Giuliano Ferrara ha proposto la moratoria sull’aborto, io inizialmente ho aderito. Io non sono convinto che l’aborto sia un diritto civile, una conquista, una passeggiata. Il feto è un essere umano, o quantomeno è certamente possibile che lo sia, e se può esserlo dobbiamo considerarlo come se lo fosse. Perciò eliminare un feto è eliminare un essere umano, inutile nasconderselo. Detto questo, però, delle due l’una. O siamo convinti che l’aborto sia davvero un reato, e allora facciamo una legge che lo punisca e la facciamo applicare per davvero: mandiamo in giro centomila carabinieri a snidare tutte le donne che abortiscono e le mettiamo tutte in galera insieme ai dottori e alle mammane. Oppure riconosciamo che è un fatto inestirpabile, ancorché drammatico, dalla storia dell’umanità; e allora non facciamo una legge finta, o una legge che arroga allo Stato il diritto di decidere chi può essere eliminato e chi no. Riconosciamo piuttosto che è un dramma che non può essere risolto con una legge, lo Stato fa un passo indietro e si affida alla coscienza delle donne. E fa di tutto perché la loro scelta sia davvero libera, offrendo tutte le informazioni e il sostegno perché la decisione per la vita sia resa più facile di quella per la morte. Mi pareva che questo Ferrara proponesse: la "moratoria" come scelta in un contesto di libertà.

Accanto all’aborto la manipolazione genetica e il testamento biologico, con il caso di Eluana Englaro.

Sono due questioni profondamente diverse. Nella prima è in gioco l’idea stessa dell’umano, il posto dell’uomo nel mondo e il suo valore. Se gli uomini vengono prodotti artificialmente dipendono totalmente da chi li fabbrica. La libertà umana viene radicalmente messa in discussione, perciò la natura stessa dell’uomo così come la conosciamo. Le questioni etiche che si aprono qui sono spaventose. Altro è il caso della fine vita. Qui temo che la preoccupazione di affermare un principio astratto (la difesa della vita biologica a ogni costo) finisca per negare il valore della libertà del singolo. Il caso di Eluana Englaro è problematico, perché non è affatto chiara la sua volontà; ma quello di Piergiorgio Welby, per esempio, era chiaro. Credo che anche qui o si corre il rischio di affidarsi alla libertà del singolo (che può anche sbagliare: pensi al suicida salvato che si riattacca alla vita; ma gli errori sono il prezzo della libertà), oppure si finisce per mettere il suo destino nelle mani del medico, del giudice. In ultima analisi del carabiniere, dello Stato. In questo senso la sentenza della Corte costituzionale che ha rigettato il ricorso del Parlamento sul caso Englaro mi sembra fondata: il pronunciamento della magistratura, comunque lo si giudichi, nell’attuale vuoto normativo non mi pare travalichi le competenze dei giudici. Certo, occorrerà arrivare a una legge. Spero non a una legge che sacrifichi, come ho accennato, la libertà del singolo all’affermazione di un principio. La questione è delicata, ma rimango convinto che il meno peggio sia affidarsi alla libertà della persona, e credo sia una posizione non irragionevole anche alla luce di un concetto di ragione come quello che sta rilanciando Benedetto XVI: terreno possibile di un dibatto tra laici e cattolici che può essere drammatico ma fecondo.

Mentre invece sul terreno della parità scolastica si combatte, come ha ricordato anche l’ex ministro Luigi Berlinguer su queste colonne la settimana scorsa, una guerra di religione irrisolvibile.

Anch’io sono stato un sostenitore della scuola di Stato, laica, che in Italia ha avuto indiscutibili meriti storici, è stata un luogo di costruzione della libertà. Ma oggi le cose sono totalmente cambiate, le scuole dei preti sono ormai lontanissime da quelle realtà cupe che denunciava Ernesto Rossi nei suoi Scritti anticlericali. I termini di quell’antica contrapposizione semplicemente non ci sono più. Oggi il problema non è l’antitesi laici-cattolici, ma un’emergenza educativa, come 1’ha definita anche il Papa, drammatica. Che chiede di mettere in moto un circolo virtuoso di libertà e responsabilità, in cui chiunque abbia un progetto educativo e pedagogico valido lo possa mettere al servizio di tutti. Quando penso a un sistema pubblico finanziato dai buoni scuola penso a un sistema in cui gruppi di insegnanti di ogni ispirazione si mettono insieme per costruire scuole in cui la loro passione educativa può farsi liberamente opera, e può essere scelta da chiunque senza vincoli di reddito. E’ una sfida che da laico lancio ai laici. Che rientra del resto nella logica dell’autonomia delle scuole: anche agli istituti statali deve essere riconosciuta la possibilità di organizzarsi secondo specifici progetti pedagogici, e in base a questi di assumere liberamente gli insegnanti. E perché la concorrenza che inevitabilmente si instaurerebbe fra le scuole non diventi una concorrenza al ribasso occorre abolire il valore legale del titolo di studio, in modo che famiglie e studenti tornino a chiedere alla scuola preparazione, non pezzi di carta.

Berlinguer ha parlato anche della necessità di una riforma dei contenuti e dei metodi dell’insegnamento.

Dobbiamo tornare a riconoscere che tra i vari gradi di scuola c’è una differenza radicale. Facciamo l’esempio della storia: con i programmi del 1985 per la scuola elementare si è introdotta la pretesa che il bambino ragioni come un piccolo storico. Peccato che gli storici siano degli adulti: i bambini semplicemente non hanno le categorie concettuali astratte essenziali nel pensiero storico "adulto". Alle elementari la storia va presentata secondo le categorie del pensiero dei bambini, va raccontata, narrata, drammatizzata. Il metodo storico (la critica delle fonti, il confronto delle interpretazioni eccetera) arriverà a tempo debito. Altrimenti si fa il disastro di oggi, per cui tutti odiano la storia. E lo stesso vale, mutatis mutandis, perle altre discipline. E i ragazzi crescono senza più strumenti per giudicare quel che succede loro intorno, diventano vittime indifese del potere che si esprime attraverso i media, educatori molto più potenti. Se alla politica scolastica tornassimo ad applicare il criterio del buon senso, che è la cosa più sovversiva che ci sia?

Roberto Persico, Il Giornale - Tempi del 16 ottobre 2008, pag. 50.