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e Shakespeare inventò l’anglosfera

Pubblicato in: BREXIT E IL PATTO DELLE ANGLOSPIE - n°6 - 2016
Carta di Laura Canali - 2016

Carta di Laura Canali

Dal Re Lear alla Tempesta, il Bardo rielabora la storia creando miti e linguaggi divenuti il cemento del mondo anglosassone. La centralità della cartografia. Il ruolo storico del collezionismo americano. Per la politica britannica, l’Immortale è vivo e vegeto.

1. «Il suo dito magico tocca una dopo l’altra la maggior parte delle vette della storia inglese e le illumina con la luce dell’alba, mostrandole così a tutti con chiarezza sopra il disordine delle montagne».

Secondo Winston Churchill, nel primo volume (The Birth of Britain) della sua History of the English-Speaking Peoples, quel dito della rivelazione non appartiene a Dio, bensì a William Shakespeare. La lingua di Shakespeare rimastica storie vere e vicende approssimative, crea una nuova voce tra il mito e la realtà. Le tristi storie della morte dei re diventano immortali.

La rivelazione viene dalla lingua, nelle due imprese letterarie dell’inizio del XVII secolo: le opere di Shakespeare e la Bibbia di Re Giacomo. I due pilastri dell’Anglosfera vengono eretti sotto gli auspici di Giacomo I d’Inghilterra (già Giacomo VI di Scozia), sovrano letterato e teologo. Nel 1603 la compagnia di Shakespeare prende il nome di The King’s Men e nel 1604 il re convoca la Hampton Court Conference, avviando l’impresa della traduzione della Bibbia in inglese che prenderà il suo nome.

La lingua costruisce uno spazio e un progetto geopolitico unitario: nell’ambizione di Giacomo, King of Scots e King of England and Ireland, si tratta della Gran Bretagna. Giacomo ha l’ossessione di diventare King of Britain, sa che la leadership personale è caduca. Indossa orgogliosamente il gioiello Mirror of Great Britain, che rappresenta l’unione delle differenze. Cerca incessantemente la legittimazione unitaria nelle sue dispute con il parlamento, senza trovarla. Non ottiene l’unione politica dei due regni, ma solo l’unione personale nella sua figura.

Shakespeare respira questi dibattiti di corte e cerca l’unione nel passato del mito: la tragedia rappresentata per la prima volta a corte il 26 dicembre 1606 riguarda Re Lear, King of Britain. Se la vita di Giacomo era protesa all’unione, Lear è la tragedia della divisione. Fuori dall’unità, la vita dei re vale quanto la speranza. E quindi poco meno di niente.

Nessuno l’avrebbe appreso meglio del figlio di Giacomo, Carlo I, che scrisse sulla sua copia delle opere di Shakespeare (il Second Folio) l’epigrafe ciceroniana Dum Spiro Spero. Nel 1648 Carlo I leggeva Shakespeare sull’Isola di Wight, prigioniero nel suo regno. Nel 1649 venne decapitato.

Con la tragedia della divisione, Shakespeare dice chiaramente che l’unità britannica è nascosta nel passato: «Lear è una figura di antichità primigenia, molto prima del Medio Evo, molto prima della nascita di Cristo, molto prima di Giulio Cesare o Coriolano, molto prima di Aristotele o Sofocle»[1]. Holinshed, la fonte di Shakespeare, datava infatti l’epoca di Lear al IX-VIII secolo avanti Cristo. Nella sua versione, Cordelia – che sopravvive – diventa regina prima della fondazione di Roma.

Re Lear potrebbe essere un dramma storico, ma Shakespeare rimastica la storia. La sua lingua inscena «l’odore del sangue» dell’uomo britannico e la pantomima della sovranità, in una rozza apocalisse dei padri e dei figli. La contesa sullo spazio scatena la tragedia, ne alimenta le malattie della divisione. La Gran Bretagna divisa vuole essere una cosa sola; pertanto cerca una rappresentazione unitaria attraverso le mappe.

E proprio nell’èra di Shakespeare, l’ascesa della cartografia accompagna l’esplorazione della potenza marittima e la sua introspezione: le mappe devono descrivere l’espansione britannica, all’esterno e all’interno. Shakespeare aveva probabilmente affinato la sua curiosità sull’Europa del presente e del passato attraverso le mappe, e del resto viveva nell’epoca della mapmindedness, l’arte di leggere le mappe e di pensare attraverso le mappe [2]. Henry Peacham nel 1634 definì la geografia «arte pratica dei principi» e consigliava di disegnare mappe, per esercitare la mano, istruire la mente e mantenere la memoria.

Ma la mapmindedness riguarda anche l’arte pratica degli attori. Infatti, quando i King’s Men di Shakespeare recitarono Re Lear, dovettero presentarsi a corte con una mappa. Nel rivelare il suo scopo segreto (darker purpose) della divisione del regno, Lear infatti esclama: Give me the map here. In quel momento sul palco si deve portare fisicamente una mappa, che raffigura la Gran Bretagna con i confini già decisi dal re, confini che dovranno essere confermati dalla cerimonia del potere, dove le sue tre figlie si sfideranno nelle loro dichiarazioni d’amore per il padre.

La mappa è una rappresentazione compiuta, lo specchio della realtà. Infatti, ogni cosa è programmata. Ogni figlia dovrà dire di amare Lear completamente (I love you all), ma ognuna potrà avere soltanto una parte dell’eredità, secondo i confini prestabiliti. Le mappe riflettono la realtà, la realtà riflette le mappe in un gioco di specchi. Così a Santo Stefano, il re che      vuole chiamarsi King of Britain assiste a un King of Britain ancestrale, che divide il suo regno unico come una torta [3], ricavandone tre fette.

Di sicuro la mappa portata a corte dalla compagnia di Shakespeare non poteva avere il valore estetico dell’atlante con cui il più grande cartografo inglese del tempo, John Speed, legittimò l’unità della Gran Bretagna sotto Giacomo. Ma Lear conosce bene la rozza mappa portata dai suoi dignitari, riconosce i confini delle foreste ombrose e delle campagne.

Eppure, succede qualcosa di irrimediabile: la mappa si sfalda davanti a suoi occhi, quando alla richiesta di dichiarare un amore totalizzante la figlia prediletta Cordelia oppone il suo nulla, la dichiarazione del «nulla» opposto al «tutto» che viene richiesto. Così, i confini sono sbagliati. I confini dei luoghi e quelli tra figli e padri. Il gesto di spartire la terza fetta di torta tra le figlie rimaste non è efficace.

La verità è che bisogna ridiscutere, ridisegnare la mappa punto per punto, ma ormai la mappa è lacerata, perché la realtà è continuamente in subbuglio, come quando cerchiamo di raffigurare attraverso le mappe le guerre civili ancora in corso. E Re Lear è una guerra civile sul suolo d’Inghilterra, peraltro profanato dal nemico francese.

Mentre l’esercito francese marcia sul suolo britannico, Cordelia ci garantisce che non c’è nulla dietro, c’è solo l’amore e la volontà di riportare il vecchio padre sul trono. Dobbiamo crederci? Oltre al gioiello indossato da Giacomo, Re Lear emerge come un altro specchio della Gran Bretagna, tragico ma allo stesso tempo profetico nell’annunciare la divisione.

Re Lear è l’opera di Shakespeare in cui il termine divisione/divisioni appare più spesso [4]. Kent e Gloucester aprono la tragedia con il contrasto tra i due eredi maschi acquisiti, Albany e Cornwall, e ripeteranno questo motivo nel Terzo Atto. Nel regno, la guerra civile è sempre dietro l’angolo, ma chi ragiona solo in ottica di «tutto» e «nulla» smette di vivere nella storia e sceglie di vivere nell’apocalisse.


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Carta di Laura Canali


 

2. Non è un caso che Shakespeare sia stato utilizzato come arma contundente negli appuntamenti referendari del 2014 e del 2016.

L’europarlamentare conservatore ed euroscettico Daniel Hannan, secondo cui i popoli di lingua inglese hanno inventato la libertà, prima del referendum scozzese ha rincarato la dose, affermando che Shakespeare ha inventato la Gran Bretagna. Hannan ha invitato a sostenere l’Unione per omaggiare «l’uomo che ha definito la nostra cultura – il più completo essere umano che sia mai vissuto» [5].

Due anni dopo, Hannan ha annunciato il sostegno di Shakespeare al Brexit. Per novembre è attesa la pubblicazione del nuovo libro di Boris Johnson,       Shakespeare: The Riddle of Genius. L’esito del referendum potrebbe influenzarne il contenuto. Grazie alla vittoria del Brexit, infatti, il Bardo di Stratford-upon-Avon può essere schierato vicino a Winston Churchill nel pantheon della «anglobalizzazione» del nuovo impero di Londra, intento a benedire la leadership di Johnson.

Se avesse vinto il No, Johnson avrebbe potuto annotare due profanazioni. La prima coincide con il tweet del 2 febbraio 2016 di Donald Tusk, presidente del Consiglio europeo, che ha accompagnato con una citazione di Amleto («To be, or not to be together, that is the question») le proposte per l’accordo con David Cameron.

La seconda, ben più grave, è la visita di Barack Obama al Globe la mattina del 23 aprile 2016, per i quattrocento anni della morte di Shakespeare, e il suo incontro con il cast di Hamlet, di ritorno dal tour planetario durato due anni. Johnson non potrebbe perdonare le parole di un traditore, Dominic Dromgoole, direttore artistico del Globe, che ha affermato per l’occasione: «Lo spirito di “Yes we can” ha caratterizzato l’intero tour, ed è un onore incontrare l’uomo che ha coniato quest’espressione, e che la sintetizza» [6].

Negli stessi giorni in cui Johnson tuonava contro il presidente di origine kenyana, il giovane attore Paapa Essiedu, di origine ghanese, interpretava il principe di Danimarca per la Royal Shakespeare Company a Stratford-upon-Avon.

Anche la campagna per il No si è intestata il voto del Bardo con lo stesso spirito di strumentalizzazione. Chris Bryant, attualmente shadow leader della House of Commons, ha scritto: «Non ho un’ombra di dubbio che William Shakespeare avrebbe scelto di restare. Anche se potrebbe non aver mai messo piede fuori da questo paese, non era certo un piccolo inglese provinciale. La sua provincia era l’Europa intera e ha ambientato le sue opere in tutto il continente. Le sue magnifiche e complesse storie d’amore erano ambientate nella bella Verona, a Messina, Vienna, nel Roussillon, in Navarra, in Sicilia, Boemia, a Venezia, a Padova, Efeso e Troia» [7].

Allo stesso tempo, Shakespeare è stato utilizzato nella crisi dei migranti, per le aggiunte a lui attribuite (e conservate nella sua scrittura originale) di The Booke of Thomas More, in particolare il discorso rivolto alla folla che a Londra minacciava di bruciare le case degli immigrati provenienti dalla Lombardia e li accusava di rubare soldi e lavoro. Il discorso di More è un elogio dell’empatia: invita la folla a mettersi nei panni di chi ha provato l’esilio e accusa i londinesi di disumanità.


3. Nelle mappe del mondo di Shakespeare, l’America sembra assente. Eppure, se Boris Johnson fosse stato sui banchi di scuola nel 1896, avrebbe imparato da un manuale dell’epoca che gli Stati Uniti sono la «nazione che nessun inglese di buon senso potrà mai chiamare straniera. Sono popolati da uomini del nostro sangue e della nostra fede, che hanno in gran parte le nostre stesse leggi, leggono la stessa Bibbia e riconoscono come noi il dominio di Re Shakespeare» [8]. King James e King Shakespeare: ecco la conferma della diarchia.

Proprio nel 1896, Emily Folger si laureò al Vassar College con una tesi sul Bardo. Suo marito, Henry Clay Folger, era uno dei dirigenti di Standard Oil più vicini a John D. Rockefeller, ma era soprattutto uno dei sudditi americani di Re Shakespeare. La sua sudditanza si espresse nel collezionismo, a partire dal First Folio, la prima pubblicazione delle opere di Shakespeare nel 1623 (contiene 36 opere, 18 delle quali inedite al tempo), l’impresa editoriale che ha reso tecnicamente possibile il culto di Shakespeare.

Sempre nel 1896, Folger comprò la sua prima copia del First Folio in buone condizioni, pagandola 4.500 dollari dell’epoca (circa 40 mila dollari odierni). Nel 1897, Folger mise le mani sulla sua prima grande collezione inglese di reliquie shakespeariane, la biblioteca del quarto conte di Warwick, George Guy Greville. Per questo acquisto, Folger si affidò alla mediazione di Sotheran’s di Londra e così diede inizio a un’appassionante caccia alle prime edizioni shakespeariane sulle due sponde dell’Atlantico, detronizzando tutti gli altri collezionisti.

Le reazioni inglesi alla passione del «suddito» americano, che nella sua vita giunse ad accumulare un numero inarrivabile di ottantadue copie del First Folio, non furono entusiaste. Nel 1902, mentre Folger cercava di acquistare una copia molto pregevole (denominata Augustine Vincent First Folio) dai proprietari inglesi, il New York Times scrisse della «invasione bibliografica dell’Inghilterra» da parte degli Stati Uniti e citò un appello inglese del 1899 a difendere i «tesori nazionali di Shakespeare» fornendo alle istituzioni culturali i fondi necessari per trattenerli in patria [9].

Questo auspicio si realizzò tra il 1905 e il 1906, quando una raccolta fondi, fomentata da un’impressionante campagna stampa, permise alla Bodleian Library di Oxford di riacquisire un prezioso First Folio (denominato Turbutt Folio) che aveva perduto attorno al 1660-70, battendo la concorrenza di Folger, nascosto dietro le sembianze di un anonimo collezionista americano. La discrezione di Folger era giustificata, perché la sua ossessione rischiò di mettere a repentaglio la sua principale relazione professionale.

Quando nel 1919 i giornali diffusero la notizia (vera) che il collezionista aveva pagato 100 mila dollari dell’epoca per l’unica copia esistente di un’edizione di dieci opere shakespeariane e pseudo-shakespeariane stampata tre secoli prima (il cosiddetto False Folio del 1619), John D. Rockefeller rimase perplesso.

Durante una partita di golf, mugugnò: «Henry, ho letto sui giornali che hai appena speso 100 mila dollari per un libro». Folger fu costretto a garantirgli che si trattava di un’esagerazione mediatica, e il vecchio magnate, considerato l’uomo più ricco della storia, commentò sollevato: «Sai, sono felice di sentirtelo dire. Io, mio figlio e il consiglio d’amministrazione non volevamo pensare      che il presidente di una delle nostre principali società potesse essere così idiota da spendere 100 mila dollari per un libro!» [10].

Henry ed Emily Folger non ebbero figli, pertanto negli anni Venti il collezionista decise di costruire una biblioteca-monumento. Per qualche tempo considerò di riportare i suoi tesori shakespeariani a Stratford-upon-Avon, ma la patria del Bardo aveva avversato troppo le sue imprese, nutrita di pregiudizi contro i rozzi collezionisti americani. In definitiva, «l’Inghilterra non meritava di riavere quei libri» [11].

Decise quindi di costruire la biblioteca a Washington: Shakespeare meritava un posto vicino alla Library of Congress. Dopo l’improvvisa morte di Henry nel 1930, fu Emily a supervisionare i lavori finali della Folger Shakespeare Library.

Se l’impresa di Folger simbolizzò i pregiudizi e le invidie della rotta atlantica, l’inaugurazione della biblioteca nel 1932 fu una celebrazione della religione civile dell’Anglosfera, anche per merito del discorso del suo primo direttore delle ricerche, Joseph Quincy Adams, «Shakespeare and American Culture».

Adams affermò che a Washington tre edifici si ergevano sopra gli altri per dimensioni, dignità e bellezza: i memoriali per Washington, Lincoln e Shakespeare. Vicino agli eroi americani, Shakespeare andava riconosciuto come «proprietà comune di entrambe le branche della razza anglosassone» [12]. Tocqueville aveva trovato Shakespeare nelle case dei pionieri [13], la lingua di Lincoln si era nutrita alla fonte dei due re, King James e King Shakespeare.

Per Quincy Adams, Shakespeare aveva fondato e formato l’America, accompagnando le tre tappe decisive del cammino degli americani: la fondazione delle colonie, l’espansione territoriale della frontiera, l’immigrazione. Quest’ultimo è il passaggio fondamentale, perché l’avvento «non solo di tedeschi e scandinavi, ma di italiani, polacchi, slavi, ungheresi, cecoslovacchi, greci, lituani, rumeni e armeni (…) come locuste in Egitto (…) rischiava di rendere l’America una babele di lingue e culture» [14].

È Shakespeare a scongiurare questo destino. Il suo studio costituì un pilastro comune: ogni bambino fu costretto a sottostare alla sua disciplina, a farsi suo suddito. Shakespeare divenne americano perché la lezione della sua voce era più pratica di quella fornita dalle lingue morte: per questo poteva attrarre i grandi capitani di industria.

Adams ne era certo: se Shakespeare aveva giocato un ruolo essenziale nel fare dell’America una nazione omogenea con «una cultura essenzialmente inglese», la Folger Shakespeare Library era l’emblema del legame spirituale tra le due grandi patrie dei popoli anglosassoni.

Dopo l’impresa di Folger, la «bardolatria» americana del Novecento avrà numerose altre incarnazioni, dal musical West Side Story (un rifacimento di Romeo e Giulietta) al giudizio minimalista di Harold Bloom, secondo cui Shakespeare ha inventato l’umanità. Un episodio cruciale avvenne negli anni Venti a Woodstock (Illinois), nel Todd Seminar for Boys: fu lì che l’undicenne Orson Welles conobbe il professor Roger Hill, che stimolò la sua passione per il teatro.

Welles è stato definito lo Shakespeare americano o lo Shakespeare del cinema [15]. Adattò e rappresentò Shakespeare al liceo, scrisse libri assieme al suo insegnante, negli anni Trenta fece scandalo a New York con il suo Macbeth Vodoo, recitato solo da attori neri, e con un Giulio Cesare in cui Bruto si opponeva ai fascisti. 

Allontanatosi da Hollywood, Welles cercò sempre rifugio nella stessa patria: Shakespeare. Nell’Europa letta e percorsa attraverso i suoi luoghi e le sue parole. Negli adattamenti cinematografici completi, Macbeth e Othello. Negli spezzoni, come Il Mercante di Venezia. Nel tentativo rincorso nei suoi ultimi anni, Re Lear. In quello che è considerato il miglior film shakespeariano, Chimes at Midnight, basato soprattutto sulle due parti di Henry IV, in cui Welles interpreta la parte perfetta per lui: Falstaff.

Il giovane autore di Citizen Kane, uno dei grandi autoritratti dell’America, cercava in Falstaff la nostalgia per l’innocenza perduta della madrepatria inglese. Welles non riuscì mai a realizzare il suo film su Re Lear, ma recitò in un adattamento televisivo di Peter Brook del 1953 in cui il re entra in scena squarciando la mappa. In quell’adattamento le prime parole della tragedia, la cui trama è ridotta all’osso da Brook [16], sono proprio: Give me the map.


4. Le potenze marittime, l’una problematica erede dell’altra, si sono specchiate attraverso Shakespeare. È un motivo che si può cogliere rileggendo La Tempesta, l’isola (ma anche la cella, la prigione) in cui approda il viaggio del Bardo.

Si fa risalire la vicenda della Tempesta a un episodio reale, il naufragio nel 1609 della nave ammiraglia Sea Adventure, o Sea-Venture, diretta dalla madrepatria verso la colonia della Virginia. La nave, colpita dal cattivo tempo, sembrò inabissarsi ma invece si incagliò lungo le coste delle Bermuda, e i naufraghi riuscirono a costruire un’altra nave per giungere in Virginia [17].

La vicenda della tempesta a lieto fine viene rimasticata da Shakespeare sotto diversi punti di vista. Uno di questi è la contrapposizione tra il «vecchio» mondo del potere e il «nuovo» mondo, lo sguardo ingenuo con cui la giovane figlia del mago Prospero, Miranda, vede le persone che non conosce. Nel congedo di Shakespeare, le mappe dei figli e dei padri continuano a disegnare mondi diversi.

Prospero e Miranda danno voce a questa differenza. Per Miranda, gli uomini approdati nell’isola sono la bellezza di un brave new world: il mondo può ricominciare dalla meraviglia della novità. C’è in noi il potere di creare un mondo nuovo. Ma Prospero la fulmina con quattro parole. Tis new to thee: è un mondo nuovo solo per te.

Proprio per l’inesauribile storia degli effetti del pensiero di Shakespeare, occorre quindi completare la prosa di Churchill sul «dito magico» del Bardo, soprattutto se prendiamo sul serio la magia della sua immaginazione geopolitica, della sua mapmindedness. Le mappe del mondo di Shakespeare sono squarciate. Nella Tempesta, la magia può essere nera come quella della strega Sycorax, oppure può essere ambigua, come quella del mago Prospero.

La magia innocente non esiste. Non è innocente il confronto tra i padri e i figli, tra il vecchio e il nuovo. Perciò il dito magico di Shakespeare tocca la divisione. Non si limita a illuminare le sommità monumentali della storia britannica.

Si sofferma sui conflitti, sui disordini, sulle divisioni, e così riesce a parlare delle mappe di ogni tempo.

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Questa carta fa parte delle mappe preparatorie dell’Atlante di John Speed, The Theatre of the Empire of Great Britaine, pubblicato nel 1611-12. Nella visione ancestrale della divisione del regno di Lear, la parte di Albany rimanda al Nord, la parte di Cornwall al Sud-Ovest, mentre la parte di Cordelia, poi spartita tra i due, è quella del Centro-Est.

1. A.D. NUTTALL, Shakespeare the Thinker, New Haven 2007, Yale University Press, p. 301.

 

2. Sulle mappe del mondo di Shakespeare, si veda anche P. WHITFIELD, Mapping Shakespeare’s World, Oxford 2015, Bodleian Library.

 

3. L’espressione è di W.H. AUDEN nelle sue stupende Lezioni su Shakespeare (trad. it. Adelphi, 2006). Su Re Lear si veda anche M. CACCIARI, Re Lear. Padri, figli, eredi, Caserta 2015, Saletta dell’Uva.

 

4. Sulla bocca di Gloucester, prima scena del Primo Atto; Edmund, seconda scena del Primo Atto; Kent, prima scena del Terzo Atto; Gloucester, terza scena del Terzo Atto.

 

5. D. HANNAN, «Shakespeare Invented Britain. Now He Can Save It», The Spectator, 12/4/2014; D. HANNAN, Inventing Freedom: How the English-Speaking Peoples Made the Modern World, New York 2013, Broadside Books.

 

6. Comunicato stampa, Shakespeare’s Globe, 23/4/2016, goo.gl/WLAhND.

 

7. C. BRYANT, «This Sceptic Isle Would Most Displease pro-Europe Shakespeare», The Guardian, 21/4/2016.

 

8. Cit. in S.R. ROCK, Why Peace Breaks Out: Great Power Rapprochement in Historical Perspective, Chapel Hill 1989, University of North Carolina Press, 1989, p. 50.

 

9. A. MAYS, The Millionaire and the Bard: Henry Folger’s Obsessive Hunt for Shakespeare’s First Folio, New York 2016, Simon and Schuster, p. 136.

 

10. Ivi, p. 197.

 

11. Ivi, p. 210.

 

12. J. SHAPIRO (a cura di), Shakespeare in America: An Anthology from the Revolution to Now: Li- brary of America, New York 2014, Library of America, p. 421.

 

13. «Le génie littéraire de la Grande-Bretagne darde encore ses rayons jusqu’au fond des forêts du Nouveau-Monde. Il n’y a guère de cabane de pionnier où l’on ne rencontre quelques tomes dépa- reillés de Shakespeare» (A. DE TOCQUEVILLE, De la Démocratie en Amérique, III, 13).

 

14. J. SHAPIRO, op. cit., p. 431.

 

15. R. BRADY, «Orson Welles, Our Shakespeare», The New Yorker, 22/11/2013.

 

16. Brook ha in seguito diretto un adattamento cinematografico di Re Lear con protagonista Paul Scofield nel 1971, riprendendo il suo lavoro per la Royal Shakespeare Company del 1962.

 

17. Su questo e altri punti della Tempesta, si veda N. FUSINI, Vivere nella tempesta, Torino 2016, Einaudi.