cròniques de la repressió

A Lhasa senza i monaci
Sabato, 5 Luglio 2008

A Lhasa senza i monaci  Federico Rampini

LHASA – “Abbiamo visto ritornare a casa qualche tibetano che la polizia aveva arrestato e torturato dopo gli scontri di marzo. A uno avevano tagliato via la carne viva, una coscia intera, l’ho visto con i miei occhi: era in uno stato orrendo. E’ morto a casa, dissanguato e distrutto in pochi giorni dalle infezioni. All’ospedale non ci voleva andare, era certo di ricadere nelle mani dei suoi torturatori”. L’esperto di una ong occidentale mi riceve finalmente a sera tarda in un bar di Lhasa, dopo una serie di appuntamenti andati a vuoto per evitare i pedinamenti della polizia. Vive qui da anni. Lavora per un’importante organizzazione umanitaria internazionale che opera in Tibet con regolare permesso del governo cinese. Testimone diretto della spirale di violenza e repressione iniziata a metà marzo, ora vive nell’angoscia. “Dei nostri amici tibetani molti sono spariti: dopo l’arresto è impossibile avere loro notizie, un buco nero li ha inghiottiti. Per quelli che rimangono la situazione è disperata. Strangolando il turismo il governo li ha privati dell’unica fonte di reddito. Quando esco per la strada c’è gente che mi corre dietro chiedendomi un lavoro, un aiuto, non hanno più niente”. Le ong internazionali rimaste a Lhasa sono ormai poche. Ogni volta che ai loro dipendenti stranieri scadono i visti, le autorità trovano un prestesto per non rinnovarli e cacciarli via. Gli ultimi rimasti sono dei vigilati speciali. “Dopo la rivolta di marzo – racconta il mio informatore – per due mesi le email che mandavo ai miei familiari all’estero arrivavano bianche, vuote. Al telefono la linea cadeva ogni volta che pronunciavo la parola Tibet. Ancora pochi giorni fa, quando è passata a Lhasa la fiaccola olimpica, ci hanno obbligati a restare chiusi in casa. Tuttora il mio cellulare è controllato. Spiano ogni mio spostamento. Il progetto di cooperazione che devo realizzare riguarda un villaggio a centinaia di chilometri da qui, ma da tre mesi ci è vietato uscire da Lhasa”. Lo sparuto gruppetto di stranieri rimasti qui a lavorare per le ong umanitarie non mi sembra ideologizzato. Non incontro militanti fanatici della causa tibetana. Quelli che erano qui a marzo riconoscono che la violenza iniziale contro i cinesi e contro la minoranza musulmana è esplosa in forme terrificanti, il 14 e 15 marzo: gruppi di giovani tibetani hanno linciato dei passanti colpevoli solo di essere diversi. Ma la reazione che le autorità cinesi hanno scatenato dopo le prime 48 ore è smisurata. Lhasa è stata domata con il terrore. La paura regna tuttora. L’ordine è una facciata sottile, basta poco per scoprire cosa nasconde. All’ora in cui i cinesi vanno a letto mi lascio alle spalle i miei “accompagnatori” ufficiali, mi allontano dalla zona turistica attorno alla via Barkhor. Bisogna attraversare la Beijing Road per entrare nei vecchi quartieri popolari abitati dai tibetani. Di colpo la presenza dell’apparato repressivo appare ancora più minacciosa che nel centro. La Beijing Road sembra un fronte di guerra. L’attraversano a intervalli regolari delle autoblindo con cannoncini puntati. All’ingresso di ogni vicolo c’è una pattuglia in assetto di combattimento: i soldati hanno giubbotti antiproiettile, scudi in plexiglas, fucili automatici spianati ad altezza d’uomo. Gli abitanti per rientrare a casa devono sfilare davanti a un esercito pronto ad aprire il fuoco.Silenziosa, non dichiarata, è in atto una vasta resistenza passiva. Soverchiati dall’occupazione militare della loro città i tibetani ora si difendono come possono. Dopo che il Dalai Lama ha condannato tutte le violenze (anche quelle dei suoi connazionali) la lotta prosegue in forme diverse. Quasi tutti i negozianti di etnìa tibetana aderiscono da molte settimane a una serrata. Non aprono più i loro negozi. Fingono di non avere nulla da vendere. I giovani escono il meno possibile. I bar sono semideserti. Quando cerco la celebre discoteca dove due anni fa scoprii una banda di “rock buddista” – e allora bisognava sgomitare per entrarci all’una di notte – la trovo chiusa per sempre. Il proprietario ha dichiarato bancarotta. Al telefono mi dice che “non è più tempo di concerti pop e discoteche in questa città”. Nella zona tibetana è cessata ogni vita notturna, anche questo è il frutto del boicottaggio passivo. Non ci sono manifesti per le strade a proclamare questa specie di sciopero generale a oltranza. Non sono apparse neppure parole d’ordine su Internet, perché la cyber-censura cinese le avrebbe oscurate. E’ un passaparola che ha portato a questa decisione collettiva: astenersi da ogni attività, sabotare il ritorno alla normalità, sbugiardare la propaganda cinese secondo cui il Tibet è ormai “pacificato”. Ho l’impressione che questa forma di lotta sia inefficace, perfino autolesionista. All’estero non se ne sa nulla. E soprattutto non sembra danneggiare il governo. I cinesi vivono in un’economia parallela, controllano i business che contano: l’edilizia, le fabbriche, le miniere, gli shopping mall. Nei quartieri della nuova Lhasa, la città moderna coi grattacieli che dilagano a vista d’occhio, l’attività è tornata ai ritmi normali. Tra i cinesi c’è una paura latente, per il ricordo delle terribili giornate di marzo. Ma la si tiene sotto controllo, coi tibetani sorvegliati nei loro ghetti sotto la minaccia delle armi. L’arroganza dell’esercito profana il simbolo più sacro di questo paese: i rari turisti che entrano nel Potala Palace – la dimora del Dalai Lama prima della sua fuga in esilio a Dharmasala – vengono accolti da soldati in tuta mimetica. I pochi monaci rimasti sono ridotti a fare gli sguatteri di questo magnifico tempio, invaso da jeep militari e pattuglie. Un’altra triste sorpresa mi attende al monastero Sera, all’uscita di Lhasa verso la catena di montagne a nord. E’ un santuario famoso nel mondo, l’università del buddismo tantrico dove tutte le mattine si teneva un divertente allenamento. Decine di giovani monaci in tunica rossa si riunivano nel giardino aperto al pubblico per animare un dibattito di dottrina. Si esercitavano a voce alta a spiegare questioni metafisiche. Divisi a coppie dovevano riuscire a convincersi l’un l’altro. Li sentivi vociferare da lontano in quella gara di filosofia, sottolineavano allegramente le loro tesi battendo le mani col rosario di legno, come uno scoppiettìo di petardi. Oggi Sera è un deserto. Questa culla della giovane intellighenzia buddista è vuota. Solo qualche vecchissimo religioso si aggira zoppicando fra i templi. Sembra che sia passata di qui un’epidemia sterminatrice, che si è portata via tutti i giovani. “I dibattiti non si tengono più”, conferma bruscamente il guardiano. Dove sono finiti tutti quei monaci, le tuniche rosse animate dal fervore spirituale, quello spettacolo che migliaia di turisti vennero a fotografare dal mondo intero? Alcuni in carcere, forse uccisi, altri ancora terrorizzati, svaniti nel nulla. (la prima puntata di questo reportage è uscita su Repubblica.it e sul quotidiano venerdì 4 luglio)