intergrup parlamentari pro recepció oficial al Dalai Lama

Mellano: la prudenza ci consiglia di accogliere il Dalai Lama, inaccettabili i veti cinesi, la nonviolenza che ci commuove attende di essere sostenuta con i fatti e non con le parole
Si è svolto oggi la riunione dell'Intergruppo parlamentare per il Tibet, prevista per organizzare la visita di Tenzin Gyatso, XIV Dalai Lama del Tibet in programma a metà dicembre e per accogliere Karma Choepel, Presidente del Parlamento Tibetano in esilio, in visita a Roma.

28 novembre 2007

 

• Dichiarazione di Bruno Mellano, deputato radicale della Rosa nel Pugno, coordinatore dell'Intergruppo parlamentare per il Tibet:

Come intergruppo chiederemo a Bertinotti ed a Marini un incontro per dare la nostra disponibilità ad organizzare al meglio la visita del Dalai Lama del prossimo dicembre. La richiesta è nota: concedere al leader nonviolento il diritto di tribuna nell'aula di Montecitorio alla presenza dei parlamentari. Attendiamo risposte ufficiali della Presidenza.
 
Attendiamo una risposta anche dal Presidente Prodi, a cui ci siamo rivolti con fiducia nella consapevolezza che, dopo le accoglienze ufficiali ricevute dal Dalai Lama in Austria, Stati Uniti, Canada e Germania, anche il fatto di non ricevere il Premio Nobel per la Pace 1989 sarebbe una scelta politica impegnativa e di peso.
 
I veti e gli strepiti della diplomazia della Repubblica Popolare di Cina sono talmente "sopra le righe" da consigliare prudenza, ma la prudenza sta proprio nel non piegare le istituzioni democratiche alle pretese di un importante partner economico ed influente paese sullo scenario internazionale.
 
Della scelta nonviolenta tibetana da decenni tanti si riempiono di commozione e di compassione, di condivisione e di sostegno (a parole): occorre ora, e lo chiedono i tibetani ma anche i monaci birmani, dare forza all'arma nonviolenta, dare peso politico alla strategia realistica del Dalai Lama, che da anni ha rinunciato alla legittima richiesta di indipendenza per reclamare "una genuina autonomia" che permetta di salvare la lingua, la cultura, la regione ed ilterritorio del tetto del mondo.

notizieradicali, 28-XI-07.

 


Cari Amici ,
             Ecco Buona Notizia.
         
IL Dalai Lama sarà accolto alla Camera

Il Dalai Lama non parlerà in aula alla Camera, ma sarà ufficialmente invitato dal presidente della Camera ad intervenire nella sala della Lupa di Montecitorio.
"Sarà accolto - ha detto Bruno Mellano (Rnp) che oggi, alla giuda di una delegazione di deputati dell'Intergruppo parlamentare per il Tibet, ha incontrato il presidente della Camera Fausto Bertinotti - con il rilievo istituzionale confacente a un premio nobel e leader spirituale".
Il dato importante per Mellano, è che "Bertinotti ha comunque proposto un'accoglienza istituzionale per il leader spirituale, con un invito diretto inviato dal presidente della Camera, a parlare nella sala della Lupa, la più importante dopo l'aula, alla presenza dei presidenti di commissione e di tutti i deputati".
Un risultato importante, dunque, sottolinea il deputato della Rosa nel Pugno, che però aggiunge: "stiamo ancora aspettando una risposta da Prodi".
i Fatti.com
ATTUALITÀ - 04/12/2007, ore 15.01.00
Dalai Lama, Della Vedova: bene Bertinotti
«Parlerà alla Camera, anche se non nell'Aula»
della vedova benedetto - deputato forza italia
Roma (Raif) - «Rimango convinto che l'ipotesi di ospitare nell'Aula di Montecitorio l'intervento del Dalai Lama non avrebbe configurato una forzatura, ma una semplice innovazione della prassi parlamentare, consona alla straordinarietà del personaggio e del suo messaggio di pace, nonviolenza e riconciliazione», afferma Benedetto Della Vedova, presidente dei Riformatori liberali e deputato di Forza Italia.
Il presidente della Camera, Fausto Bertinotti, ha dato riscontro adeguato alla richiesta formulata da 289 deputati. Il Dalai Lama non sarà solamente "ricevuto", ma formalmente invitato dal presidente della Camera ad intervenire a Montecitorio, nella Sala della Lupa, dinanzi ai parlamentari che vorranno ascoltarlo.
«La sua presenza alla Camera avrà quindi, come richiesto - prosegue il parlamentare azzurro -, un rilievo istituzionale e una solennità politica senza precedenti. Adesso tocca al Governo, e non solo al Parlamento, "disobbedire" a Pechino e non rifiutare al Dalai Lama l'accoglienza che merita».

 

 

 

comunitatibetana, 4-XII-07.

cari amici,
           Ecco alcuni articoli  da leggere ;
link; 
Le notizie di Rainews24 su internet
 
 http://www.rainews24.it/notizia.asp?newsID=76428
  http://www.repubblica.it/2007/12/sezioni/persone/dalai-lama/dalai-lama/dalai-lama.html
Repubblica.it

IL PERSONAGGIO. Sarebbe la quindicesima
reincarnazione del leader tibetano

La profezia del Dalai Lama
"Potrei rinascere donna"

di RENATA PISU


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Il Dalai Lama

E SE il XV Dalai Lama si reincarnasse in una donna? La possibilità è stata ventilata dal XIV Dalai Lama, e subito "apriti cielo!" come se l'ipotesi fosse inammissibile, come se l'Oceano di Saggezza, questo il suo titolo, il quale ha già infranto tanti tabù gettando lo scompiglio nel campo avverso, cioè in Cina, e spesso anche tra i suoi fedeli, avesse valicato l'ultima frontiera, fosse diventato un pericoloso democratico, assertore dei diritti umani e dell'eguaglianza tra i due sessi.

Ci mancava anche questa, borbottano a Pechino, vedete che non sa cosa sia la tradizione, che è una "testa di serpente", un opportunista vassallo dell'Occidente e delle sue più deprecabili teorie?
E, invece, esprime ben altro il Dalai Lama quando dice, che, perché no? "Se la forma femminile sarà più utile, il Dalai Lama sarà donna". Lo ha affermato in risposta a una domanda che gli è stata fatta da Vanity Fair e che, come ha dichiarato un suo portavoce, gli fanno spesso e sono sempre donne che gliela pongono. E lui risponde sempre allo stesso modo, senza svicolare. Perché no?

Già, perché no? Dovremmo domandarcelo anche noi, se credessimo alla teoria della reincarnazione; e dovremmo domandarcelo anche se pensassimo che è tutta una questione di politica, di giochi di forza. Nel secondo caso, viva il Dalai Lama, ha capito quale è l'aria del tempo e vi si conforma. Però, anche nel primo caso, viva il Dalai Lama perché nel suo antico regno teocratico ed eremita sulle montagne innevate del Tibet, non si esclude niente nel gioco infinito del karma, delle vite che si inanellano nella continuità di un'idea, di un servitium.

Ha detto Ani Jangsem, monaca anziana e reincarnata (non sa se il suo predecessore fosse maschio o femmina, ma non se ne cura) che "non c'è nessuna legge che stabilisca se la reincarnazione debba avvenire in un corpo di uomo o in uno di donna: se una persona ha una mente illuminata, consapevole, compassionevole, allora nella prossima vita rinascerà in una forma superiore". Già, superiore.

Il Dalai Lama ha infatti dichiarato che la reincarnazione femminile è la più alta, ma soltanto posto che sia la più utile. Non quindi perché "donna è bello", ma perché, in questo mondo di orrori e prevaricazioni, potrebbe forse essere più utile che parole di tolleranza e di pace, sgorgassero dalla bocca di una donna. Allora, una donna tibetana? Chi lo sa.

Potrebbe anche essere un'europea, o un'americana, bionda con gli occhi azzurri. E allora, quanta fatica costerebbe ai solerti funzionari della Agenzia per le Religioni di Pechino, andare a rintracciare questa benedetta bambina. Si pensi a quanto si sono impegnati per identificare la reincarnazione del Karmapa, il ragazzino che poi fuggì in India; e quanta fatica costò loro il contestato ritrovamento della reincarnazione del Panchen Lama. Se adesso dovessero non più controllare soltanto i maschi ma anche le femmine, sarebbe davvero da mettersi le mani nei capelli.

E se poi la ricerca non si svolgesse soltanto in Cina e in Tibet ma nel mondo intero, visto che il Dalai Lama non esclude che la sua reincarnazione avvenga in esilio? Ci si arrende, si dichiara forfait. Oppure? Oppure, cosa, se la si vuole vedere da Pechino?

Il Dalai Lama ha spiazzato la Cina che domina il suo paese ma verso la quale continua a usare parole benevole: ma sì, perché mai boicottare le Olimpiadi, la Cina è un grande paese.... Eppure, viene da pensare che ognuno usa le armi di cui dispone. Il Dalai Lama punta sulla rinascita di un desiderio di spiritualità che riscatta da un rozzo materialismo il secolo da poco estinto e lo fa da grande uomo politico. La religione gli serve per quel tanto che è sempre servita, ma non la usa come un dogma. La adatta alle circostanze, senza falsificarla, e per il Tibet sapere, come lui sa, che oggi come oggi si può dire che i "reincarnati" si manifestano non per un proprio materiale bisogno ma perché c'è bisogno della loro presenza in un determinato contesto sociale, è rivoluzionario, è moderno.

La reincarnazione, dice il Dalai Lama, questo nostro contemporaneo "Oceano di saggezza", è la conseguenza diretta del kharma e del contesto sociale e delle persone fra le quali la reincarnazione si manifesta: gli esseri reincarnati vengono al mondo perché in un determinato momento c'è bisogno di loro. Certo, la reincarnazione può assumere diverse forme, uomo, donna, bambino, anziano, addirittura cane o gatto o albero. Insomma, la reincarnazione non ha una forma fissa e mai possiamo essere certi di chi sia un reincarnato o una reincarnata. Chi dice di esserlo forse non lo è, chi lo è non sa di esserlo. Succede.
Ma questa volta, speriamo che sia femmina.


(5 dicembre 2007)
http://www.radicalimilano.it/public/Rassegna-Stampa/visua.asp?dati=ok&id=3730
(corriere.it) Il Tibet ci chiede un atto di coraggio di Dacia Maraini
- 04/12/2007
Il Tibet ci chiede un atto di coraggio

• da Corriere della Sera del 4 dicembre 2007, pag. 44

di Dacia Maraini

«Dobbiamo trasformare il buddismo tibe­tano. Tutte quelle leggi religiose e i lo­ro rituali debbono adeguarsi alle ne­cessità dello sviluppo e della stabilità del Tibet, uniformandosi a una moder­na società socialista... Basta con la costruzione di monasteri e con il reclutamento di monaci e suore! Ci sono delle priori­tà da rispettare». Queste le direttive del programma di «Edu­cazione patriottica», nate dal Forum del Lavoro in Cina nel 1994 e portate avanti in questi anni con testarda costanza. «Crediamo che le politiche per lo sviluppo ambientale pos­sano essere condivise sia dalla Regione autonoma Tibetana che da quella di Pechino». Ma l'amministrazione tibetana, si sa, decide secondo i voleri di Pechino che considera il Tibet un territorio da sviluppare della grande Cina.


Con questa filosofia il lago sacro Megoe, antico luogo di pellegrinaggio, viene oggi minacciato di estinzione, per erigere al suo posto una enorme diga che porterà elettricità soprattutto alle industrie cinesi del bacino del Sichuan, assetato di elettricità. I tibetani protestano, ma ogni opposizione viene presa come attentato al futuro della nazione. «L'indu­strializzazione forzata non può che costituire un bene per il futuro del Tibet», dicono i dirigenti della grande Cina, che tutti ammiriamo per le sue capacità di lavoro e di sacrificio. «La smania di costruire monasteri, di insegnare la religione ai giovani rappresenta un pericolo oscurantista. Il futuro è nelle macchine, nel cemen­to, nella trasformazione del suolo in coltivazioni intensi­ve». Curioso come tutto que­sto suoni al nostro orecchio come qualcosa di già sentito e già vissuto. Sono parole e pensieri di cui conosciamo le terribili conseguenze: vil­laggi trasformati in orrende periferie che portano crimi­nalità, inquinamento, disa­dattamento giovanile e sfrut­tamento. Il divario fra ricchi e poveri che si fa sempre più minaccioso. Il paesaggio devastato, i fiumi deviati, l'obbligo della monocultura, le tradizioni calpestate, l'asservimento al­le industrie più potenti.


Nell'euforico e coatto mito del progresso il Tibet, povero e senza armi, punta sulla sua forza più profonda: la religio­ne. Per questo i suoi monaci più prestigiosi, compreso il Dalai Lama, girano oggi il mondo cercando alleati. Per questo la Cina diffida di ogni religioso che raggiunge i conventi de­gli altipiani. Per questo si è scelleratamente allineata dalla parte del regime militare birmano. Oggi il governo cinese minaccia di prendersela con i politici europei che riceveran­no il Dalai Lama. Usano la parola «cricca» ricordando il lin­guaggio maoista: «La cricca del Dalai Lama nasconde sotto la sua faccia religiosa una volontà perversa di distinzione». E cosa ci sarebbe di male a distinguersi? Ma in un regime che si autodefinisce comunista la voglia di distinzione e di indipendenza è vista come minaccia alla stabilità dell'intero Paese.


Non voglio nemmeno citare le notizie di torture nelle pri­gioni, di monaci costretti ad abiurare o forzati ad espatriare, di cui scrivono Amnesty e altre organizzazioni internaziona­li. Vorrei ricordare ai nostri governanti che oltre alle politi­che di interesse, esistono atti di coraggio che agiscono sull' immaginario simbolico e sono importanti per la politica internazionale.

comunitatibetana, 5-XII-07.