III/X-05


Darfur, genocidio seppellito dalla realpolitik.
Gli Usa dimenticano la guerra civile: ormai il Sudan è un alleato cruciale.
Emanuele Piano, Liberazione, 14 ottobre 2005.
“Quanti ufficiali del segretariato servono per fare un briefing?”. Con queste parole, il neo ambasciatore statunitense all'Onu, il baffuto e burbero John Bolton, ha impedito, lunedì scorso, all'inviato di Kofi Annan per la prevenzione del genocidio, Juan Mendez, di esporre al Consiglio di Sicurezza quanto aveva appena visto in Darfur. Bolton si è trovato, nella sua opposizione, in buona compagnia: Russia, Cina ed Algeria erano dello stesso avviso. Del tutto comprensibile visto che i due membri permanenti del Consiglio sono anche tra i principali fornitori di armi del Sudan e beneficiari del petrolio che sgorga dal suo sottosuolo. Eppure Mendez di cose ne aveva da dire. L'inviato del Segretario Generale ha parlato ai cronisti di «provvedimenti cosmetici» presi dalle autorità di Khartoum per prevenire gli abusi dei diritti umani (sui quali organizzazioni come Amnesty lnternational e Human Rights Watch hanno dedicato negli ultimi due anni centinaia di pagine) ed ha accusato il governo di rifiutarsi di cooperare con la Corte penale internazionale che sul dossier Darfur ha aperto un'indagine.
La regione occidentale del Sudan è scossa dal febbraio 2003 da una guerra civile che vede opporsi al governo di Kbartoum due fazioni ribelli. Il governo del presidente sudanese, Omar al Bashir, ha deciso di reprimere la ribellione con attacchi sistematici, anche aerei e con l'aiuto di milizie mercenarie chiamate Janjaweed resesi responsabili di vessazioni, strupri ed uccisioni, contro i civili. Il risultato è stato almeno 300 mila morti, 200 mila rifugiati nel confinanti Ciad e lo spostamento di 3,5 milioni di persone costrette ad abbandonare le proprie capanne di fango e paglia (ormai rase al suolo e date alle fiamme) per trovare rifugio in campi di fortuna allestiti ai margini delle grandi città della regione.
Una commissione di inchiesta delle Nazioni Unite guidata dal giurista italiano, Antonio Cassese, ha concluso, nel gennaio scorso, che in Darfur sono stati e si commettono crimini contro l'umanità e di guerra contro la popolazione civile il cui responsabile è il governo centrale. E' stato escluso il genocidio, ma questo non diminuisce la gravità delle violenze compiute nella regione sulle quali la Corte Penale Internazionale dell'Aja ha aperto un fascicolo. «Non possiamo farla passare liscia al governo del Sudan», ha detto Mendez durante una conferenza stampa. «Non ho sentito nessuna voce levarsi dalla comunità internazionale per dire al governo "Non avete scelta, cooperate con il Cpi"». E l'obbligo di cooperare con il tribunale dell'Aja è contenuto nella risoluzione 1593 approvata dal Consiglio di Sicurezza lo scorso 31 marzo, dopo due mesi di estenuanti mediazioni per smussare le "tradizionali" opposizioni di Washington alla corte.
Del resto nemmeno le altre risoluzioni dell'Onu sul Darfur sono state mai applicate. Erano stati imposti ultimatum per lo smantellamento dei Janjaweed e per la loro consegna alla giustizia, erano state minacciate sanzioni economiche, blocco di fondi e divieti di viaggio ed era stato ventilato l'ingresso di caschi blu. Niente di tutto questo ha trovato applicazione, anzi il Darfur è scomparso dall'agenda politica internazionale, oltre che da quella mediatica. La caduta nel dimenticatoio è coincisa con la storica firma della pace, il 9 gennaio scorso a Nairobi, tra il governo di Khartoum ed i ribelli del Sudan People Liberation Army dell'ormai defunto John Garang. La fine della ventennale guerra civile tra nord e sud del Sudan, e la conseguente riapertura degli oleodotti che convogliano il greggio sudanese dai pozzi meridionali sino a Port Sudan sul Mar Rosso, hanno sancito il definitivo accantonamento della questione Darfur che, sino a quel momento, era stata usata come strumento di pressione diplomatica (fu Colin Powell, davanti al Congresso americano il 9 settembre del 2004, ad usare per primo - ed ultimo - la parola «genocidio» per definire quanto avveniva nella regione) per costringere il governo di Bashir a firmare l'altra e ben più remunerativa pace. Oggi sul terreno è presente un contingente dell'Unione Africana, circa cinquemila uomini che dovrebbero diventare novemila, il cui compito è quello di monitorare il cessate il fuoco tra i belligeranti e di provvedere alla sicurezza delle organizzazioni umanitarie sempre più nel mirino di attacchi di predoni, ribelli e Janjaweed. Dodici gli attacchi contro personale umanitario negli ultimi due mesi. Due terzi del sud Darfur sono stati dichiarati dall'Onu «offlimits». Nel Darfur occidentale, il personale delle Nazioni Unite non esce dalla capitale El Geneina per paura di attacchi lungo le strade della regione ed è costretto a muoversi con aerei ed elicotteri.
Una settimana fa le fazioni ribelli del Justice and Equality Movement (Jem) e del Sudan Liberation Movement (Slm) hanno rapito 38 militari dell'Ua, uccidendo due soldati nigeriani e due impiegati sudanesi. Gli altri sono stati rilasciati il giorno dopo. Il rapimento è avvenuto all'indomani delle dichiarazioni dell'Unione africana che si diceva pronta a pubblicare le foto del coinvolgimento di elementi delle forze di sicurezza di Khartoum negli ultimi attacchi contro i civili costati, due settimane fa, la vita a 40 persone.
La comunità internazionale, tra cui l'Ue, aveva promesso ai cugini africani assistenza logistica e sostegno finanziario. Il governo del Sudan, dal canto suo, ha bloccato 70 dei 105 veicoli corazzati del contingente continentale ed ha posto il veto all'ingresso sul suo territorio di istruttori della Nato per addestrare i pari grado africani. Sul fronte negoziale siamo all'empasse da mesi. I colloqui sono formalmente ripresi ad Abuja, in Nigeria, lo scorso 15 settembre, ma le speranze che giungano a qualcosa sono minime. Se in un primo momento era il governo di Khartoum a non accettare nessuna delle condizioni chieste dai ribelli (semi-autonomia della regione, spartizione dei proventi petroliferi etc.), oggi sono le divisioni interne alle fazioni armate il principale ostacolo ad un avanzamento delle trattative.
Il Slm si è diviso in due, mentre i rapporti con il Jem sono deteriorati nel corso degli ultimi mesi arrivando, sul terreno, a scontri aperti tra i due gruppi. L'International Crisis Group, che sulla questione ha appena pubblicato un rapporto, teme che «le divisioni tra Sla e Jem, più che mettere fine alla ribellione, rischiano di portare al banditismo nel Darfur e rendere una soluzione politica alla crisi impossibile». L'istituto di Bruxelles chiede alla comunità internazionale di fare pressione sui ribelli affinché risolvano le loro divisioni interne. La situazione di stallo negoziale, il deteriorarsi della sicurezza sul terreno, le divisioni politiche interne ai movimenti che hanno dato vita alla ribellione e l'inazione di una comunità internazionale in altre faccende affaccendata rischiano di rendere il Darfur non solo una crisi dimenticata, ma una bomba ad orologeria latente in quel calderone di etnie e lingue (oltre 150) che è il Sudan, più grande paese d'Africa.
Avviato in un processo di transizione che terminerà tra sei anni con il probabile referendum che sancirà la divisione delle regioni meridionali dal resto del paese (salvo altri accadimenti e comunque evento dalle conseguenze imprevedibili, leggi una "balcanizzazione"), il Sudan ha già subito un duro colpo lo scorso 30 luglio con l'improvvisa morte del nuovo vicepresidente del paese, John Garang, deceduto nello schianto del suo elicottero sul confine ugandese, eprontamente rimpiazzato da Salva Kiir nelle rappresentanza dei ribelli del sud nel governo di unità nazionale. Oggi altre regioni covano i semi di una nuova ribellione, visti i cedimenti fatti da Khartoum con il sud. Se primo era stato il Darfur, le avvisaglie sono già arrivate dal Beja nell'est del paese, soltanto per citare un esempio.
Resta da vedere se una compagine governativa che teme ancora l'influenza, seppur dal carcere, di Hassan al Turabi considerato non solo l'ideologo caduto in disgrazia del regime, ma anche elemento di richiama nella galassia islamista, riuscirà a passare indenne anche le prossime sfide. Certo è che con i ribelli del Darfur che si dividono e con il petrolio che ha ricominciato a pompare, il Sudan non è più lo stato canaglia definito da Clinton nel 1993. Oggi è un assiduo collaboratore dei servizi occidentali nella lotta al terrorismo e le relazioni con Washington sono, sembra paradossale, avviate verso la normalizzazione. Ne è stato recententemente divertito testimone un giornalista del Guardian, Jonathan Steele, che a Khartoum ha assistito ai baci e gli abbracci scambiati affettuosamente e scambio di regali tra il generale sudanese Salah Abdallah Gosh, a capo dell'intellingence, e due ospiti della Cia e del M16 in visita ad una conferenza sul contro-terrorismo in Africa. Segno dei tempi che corrono viste le folate fondamentaliste che attraversano il Sahara, la Somalia e l'Africa orientale. Resta da vedere se, ancora una volta, le ragioni della realpolitik prevarranno su quelle della tutela dei diritti umani. C'è, purtroppo, da giurarci.


radicali.it/Liberazione, 14-IX-05, S. Volpe: Darfur, las violaciones de las milicias Janjaweed.
La acusación de crimen contra la humanidad llega de la ONU: el acoso sexual utilizado como arma de guerra.
”E' una Janjaweed”, sussurra Fatouma guardando la creatura tra le sue braccia. «Quando vedranno la sua pelle chiara ed i capelli morbidi tutti sapranno che è una janjaweed». La ragazza sedicenne che stringe la neonata sotto una tenda nel campo di Al-Riyadh, ad El Geneina, in Darfur (Sudan occidentale), spera di sposarsi e di avere una vita nonnale, nonostante la violenza subita. Ma per Fatouma, come per altre donne, spesso poco più che bambine, vittime dello stupro utilizzato come strategia ed arma di guerra in Darfur la probabilità di essere emarginata dal tessuto sociale dal quale proviene sono certo più elevate delle chances di ritrovare un percorso di vita "normale”.
La "normalità" che Fatouma vive nel terzo millennio è quella della sopravvivenza in un campo di Idp, persone che si sono lasciate indietro la capanna e il villaggio, spesso distrutto dalle bande di assalto Janjaweed, le milizie arabe che un rapporto delle Nazioni unite accusa formalmente di crimini contro l'umanità per le violenze commesse in Darfur negli ultimi due anni.
Nel campo diAl-Riyadh si divide il poco che c'è. Donne, uomini e bambini spartiscono lo spazio disponibile con pecore, capre ed asini. Le latrine non sono mai sufficienti a soddisfare i bisogni degli sfollati perché occorrerebbe scavarne di nuove ad ogni nuova ondata di disperati. I bambini, come gli adulti, contraggono epatiti e qualunque tipo di malattia facilmente trasmissibile, alimentate rapidamente da condizioni igieniche precarie. Se la bimba di Fatouma sopravviverà e troverà un padre avrà diritto a questa vita "normale”, almeno finché la situazione d'instabilità e violenza non diminuirà in questa zona del Sudan.
Ad Al-Riyadh ci sono oltre venti bambini nati da violenze. Nel marzo dello scorso anno 150 uomini tra soldati sudanesi e milizie filogovernative janjaweed hanno violentato 16 ragazze nella zona di Kutum. A Kailek alcune delle stuprate hanno dieci anni. Lo afferma il rapporto delle Nazioni Unite sui crimini in Darfur pubblicato lo scorso gennaio.
«Avevo così tanta paura che pensavo di morire» racconta Fatouma ritornando con la mente alla notte della violenza. La giovane è stata catturata dal miliziani filogovernativi durante il suo abituale tragitto alla ricerca della legna. Come molte donne che vivono in campi di accoglienza la raccolta di legname poi rivenduto al mercato rappresenta una delle scarse fonti di sostentamento, a parte, ovviamente, gli aiuti alimentari distribuiti nei centri di accoglienza, senza i quali le condizioni di vita di queste persone, sarebbero anche peggiori di quelle attuali.
«I janwaweed mi hanno vista ed inseguita, ma io non ce l'ho fatta a correre. Mi hanno picchiata». Sono stati in cinque ad abusare di lei. Quando ha capito di essere incinta lei e sua madre hanno pianto a lungo. Entrambe consce delle conseguenze di una gravidanza frutto dello stupro. Una "pulizia etnica” programmata e portata avanti dal governo sudanese attraverso milizie alleate, a cui spesso si sono mescolati mercenari provenienti da stati nordafricani, che rende, almeno nella parte occidentale del Sudan, la separazione tra "africani" ed "arabi”, secondo le distinzioni in uso tra la popolazione locale, difficile da riemarginare.
Le conseguenze della violenza sulle donne sì propagano al resto della comunità.
Secondo un rapporto dal titolo "Gli effetti del conflitto sulla salute e il benessere di donne e ragazze in Darfur", diffuso questo mese dall'Unicef, la violenza sessuale umilia la comunità nel suo complesso. Gli uomini dicono di sentirsi impotenti e coperti di vergogna, soprattutto perché sono stati incapaci di svolgere il loro ruolo di protezione.
In conseguenza le vittime, in particolare se giovani e non sposate, sono emarginate e costrette ad affrontare lo stigma sociale, oltre alle conseguenze psicologiche e fisiche del trauma. Non va dimenticata infine la condanna rappresentata dalle malattie sessualmente trasmissibili. Anche i bambini nati da queste violenze hanno davanti una vita di emarginazione. «Faisal ha cambiato la mia vita. E' a causa sua che sono malata. E' a causa sua che la mia vita è rovinata».
AncheAshta, 30 anni,vive nel campo diAl-Riyadh. Passa tutta la giornata da sola sotto una tenda col figlio di due mesi. Ll marito che per otto anni ha lavorato in Libia l'ha abbandonata. E' stata violentata dopo essere scappata da Berniche, il suo villaggio. Durante quell'attacco furono uccisi i suoi frateIli. Era in marcia per cercare dell'acqua quando è stata assalita. Ora, con Faisal tra le braccia, dice di non potersi più risposare e riesce solo a trovare parole di rassegnazione. «Senza un marito i tuoi figli sono destinati a soffrire. Noi non abbiamo più futuro».
Gesti autolesionisti e depressione cronica rientrano tra le conseguenze sofferte dalle vittime dello stupro etnico in Darfur.
Per il govemo sudanese, le 41 pagine dell'ultimo rapporto Unicef, come le altre inchieste condotte sul campo e basate su colloqui e referti medici, sarebbero delle esagerazioni. «Le organizzazioni per i diritti umani devono giustificare il proprio lavoro in qualche modo, dunque producono queste fictions» ha affermato senza esitazioni nel corso di un'intervista Jamal Ibrahim, portaparola del Ministro degli esteri del governo del Generale Umar Hassan Ahmad al-Bashir.
Il governo sudanese ha comunque ammesso, attraverso un'inchiesta interna,le violenze sulle donne in Darfur. Per il portaparola di Khartoum tali violenze non rappresenterebbero che dei "casi isolati" e questo perchè, come tiene a sottolineare il Sig. Ibrahim «queste cose non fanno parte della nostra cultura».
Lo stupro etnico come arma di guerra, le conseguenze devastanti sulle donne, dall’isolamento sociale, all'aids, all'infanticidio, sono realtà in cui ci si imbatte in Burundi, come in Repubblica democratica del Congo, o in Ruanda ai tempi del genocidio una decina di anni fa. Se poi facciamo uno sforzo di memoria possono tornarci in mente le peggiori pagine del conflitto nei balcani. Lo stupro come arma di guerra ha attraversato ed attraversa senza ombra di dubbio le culture più diverse.
Il conflitto nella regione sudanese del Darfur ha avuto inizio nel febbralo 2003, quando tre gruppi a base etnica africana hanno costituito due diverse formazioni ribelli, il Sudan Liberation Movement/Army (Sia) e lo Justice and Equality Movement (Jem) per opporsi al governo centrale ribellandosi contro l'esclusione dai negoziati di pace tra Nord e Sud, le insufficienti risorse destinate dal governo centrale al Darfur e la mancata protezione dei villaggi africani dalle razzie delle tribù nomadi. Il governo a matrice islamica del Sudan ha risposto armando e sostenendo militarmente le milizie Janjaweed (letteralmente "diavoli a cavallo") contro le tribù di etnia africana. La guerra civile che ne è scaturita ha prodotto una delle peggiori crisi crisi umanitarie a livello planetario.
A farne le spese sono tre milioni di persone, quasi la metà della popolazione totale del Darfur, una zona del Sudan grande quanto la Francia. Di di queste, quesi due milioni risultano sfollate in campi di accoglienza allestiti sul territorio, come Fatouma eAshta. In questi campi vivono 500mila bambini sotto i 5 anni di età.Per sfuggire alle violenze tuttora in corso 210mila persone hanno varcato il confine con il Ciad orientale, per essere accolte in strutture per rifugiati.
Il destino di queste persone sarà ridiscusso il prossimo 15 settembre adAbuja, in Nigeria, durante il secondo round di negoziati tra Governo del Sudan, ed i rappresentanti delle formazioni ribelli, che segue quello del 5 luglio scorso, nel corso del quale le parti hanno adottato ad una "dichiarazione di principio" come base per unafutura~isoluzione del conflitto in Darfur.



LV, 3/4-VIII-05, agcs/red: Mientras sudaneses del norte y del sur seguían ayer enfrentándose en los barrios de Jartum (se habla de 46 muertos) tras la muerte del nuevo vicepresidente del país y presidente del sur autónomo, John Garang, los esfuerzos diplomáticos para salvar el proceso de paz del Sudán se han puesto ya en marcha y tanto desde el Gobierno como desde el Movimiento Popular del líder fallecido se insiste en que su muerte se debió a un desgraciado accidente aéreo...
Pero el referente más próximo, a propósito de una situación de inestabilidad como la que vive Sudán, es la muerte del presidente de Ruanda, Juvenal Habyarimana, que iba acompañado del de Burundi, Cyprien Ntaryamira, cuando un cohete tierra-aire derribó su Falcon 50 cuando aterrizaba en Kigali. Sobre la autoría del atentado (los extremistas hutu con la complicidad francesa, los tutsi del luego presidente Paul Kagame...) se sigue diciendo de todo. Lo que vino después fue el genocidio de un millón de ruandeses.

6-VIII-05, agcs/red: Pa´gan Amum, uno de los miembros más veteranos de la dirección del SPLM, confirmó ayer que el número dos del líder fallecido, Salva Kiir Maydarit, ha sido nombrado su sucesor y por tanto le relevará en la vicepresidencia del país. El sábado viajará a Jartum, después del entierro de Garang en Juba. Salva Kiir, que presenta un perfil más político y reflexivo que el de su carismático predecesor, recibió ayer a dos enviados del departamento de Estado norteamericano, Constance Newman y Roger Winter, que le acompañarán a la capital. Estados Unidos, antes de gestar el acuerdo de paz, prestó apoyo al SPLM.
Mientras, la paz que todos dicen estar dispuestos a salvar no reza para la martirizada provincia de Darfur. "Las muertes, las violaciones y las deportaciones" por parte de las milicias Janjawid, próximas al Gobierno, continúan, afirmó Shantay Suliman, uno de los jefes de la guerrilla del Movimiento de Liberación del Sudán (SLM). La organización Médicos sin Fronteras (MSF) comunicó ayer que el 24 de julio fue atacado un campo de desplazados en Shangil Tobaya, a sólo unos metros de su centro de salud. Catorce personas fueron heridas por bala y metralla, ya que los atacantes arrojaron granadas de mano. Entre enero y mayo, MSF ha tratado a más de 500 personas y asistido a 278 mujeres violadas. Según Suliman, el SLM ya no mantiene contacto con los Janjawid para una tregua.


LV, 10-V-05, efe: Las conversaciones de paz en Darfur se reanudaron hoy en Nigeria con un llamamiento de los mediadores de la Unión Africana para que las partes logren pronto un acuerdo que permita cerrar la tragedia que se vive en esa región de Sudán.
"Lamentablemente, todavía continúa la inestabilidad en la región por las continuas violaciones de los acuerdos ya firmados", afirmó en un mensaje el jefe de Estado de Nigeria y presidente de turno de la Unión Africana (UA), Olusegun Obasanjo.
La situación de Darfur está considerada como el peor drama humano que vive el mundo. Cerca de 180.000 personas, según los últimos datos de la ONU, han muerto por el conflicto bélico que estalló en esa región del este de Sudán en 2003, y unos dos millones de personas más se han visto forzadas a abandonar sus hogares.
Obasanjo, que se encuentra en Suiza y que está representado en estas conversaciones por el secretario del Gobierno, Ufot Ekaette, lamentó en su mensaje que a pesar de los intentos para reconciliar a las partes, la situación en Darfur está lejos de estabilizarse. El presidente de la UA recordó que el conflicto de Darfur ha generado un masivo éxodo de personas que se han refugiado tanto en Sudán como en la vecina Chad.
"Es improbable que esta situación pueda favorecer la paz y la reconciliación", dijo el gobernante nigeriano en el mensaje que dirigió a los reunidos. En la región de Sudán se enfrentan el Gobierno, apoyado por las milicias de 'Yanyahuid', acusadas de numerosas atrocidades, y los grupos rebeldes Movimiento para la Liberación de Sudán (SLM) y el Movimiento para la Justicia y la Igualdad (JEM).
Las negociaciones, que comenzaron en agosto del año pasado, quedaron suspendidas en diciembre, después de que representantes de las partes se acusaran mutuamente de violar los acuerdos de cese el fuego que habían firmado previamente. En su mensaje, el presidente de turno de la UA ensalzó los esfuerzos del representante de la organización continental en estas conversaciones, Salim Ahmed Salim, por la labor realizada en las negociaciones.
Salim, por su parte, advirtió a los representantes reunidos sobre la necesidad de alcanzar pronto un acuerdo y dijo que la paciencia de la comunidad internacional tenía límites. "Humildemente pido a nuestros hermanos y hermanas de Sudán que cooperen con la Unión Africana para alcanzar un compromiso hacia un acuerdo rápido y pacífico a fin de superar el conflicto", dijo el mediador de la organización continental.
Salim dijo que la responsabilidad de llevar la paz a Darfur descansa fundamentalmente en los hombres de las partes involucradas. "No podemos imponer una paz en Darfur y no creemos que nadie debiera intentarlo", afirmó Salim, y añadió: "Las partes tienen la oportunidad de hacer un progreso significativo en estas conversaciones, y no podemos perder esta oportunidad".
El Gobierno de Jartum, por su parte, dijo que confía en que las conversaciones que se han reanudado hoy en Abuja, la capital de Nigeria, puedan llegar a una solución que satisfaga a todas las partes. El funcionario que encabeza la delegación gubernamental, Mogzoub Al Khalifa, anticipó que las autoridades están empeñadas en restaurar la paz en Darfur y están dispuestas a permitir una rotación de las autoridades, como señal de su compromiso por la paz.
Pero también pidió que se ponga fin a la entrega de armamentos porque, agregó, "nadie debería llevar armas, a excepción de las Fuerzas Armadas". El líder de las JEM, Khalim Ibrahim Mohammed, señaló por su parte que el tiempo se acaba y advirtió sobre los riesgos de una secesión si no se llega pronto a un acuerdo de paz.
"Si continúan las guerras, terminaremos como Somalia", agregó, en referencia a un país que vive en medio del caos desde 1991 a causa de las luchas entre los diferentes clanes.


LV, 10-V-05, agcs: Los ministros de Defensa de la OTAN, reunidos ayer en Bruselas, se comprometieron a acelerar el apoyo logístico a la misión de la Unión Africana en Darfur, que se dispone a duplicar a 7.000 sus efectivos en la provincia sudanesa, devastada por una guerra que desde el 2003 se ha cobrado cientos de miles de vidas y ha causado 2 millones de refugiados. Para ello necesita con urgencia transporte aéreo, comunicaciones y formación para los mandos en su cuartel general, así como alojamiento para los soldados. El secretario general de la OTAN recalcó que una célula con sede en Addis Abeba coordinará tanto los esfuerzos de la UE como de la OTAN.


LV, 7-V-05, ap: El Tribunal Penal Internacional abrió ayer una investigación de los crímenes de guerra en Darfur, donde han muerto unas 180.000 personas desde el 2003. el Consejo de Seguridad de la ONU remitió en marzo la cuestión de Darfur al TPI. En abril, el secretario general Kofi Annan entregó al TPI una lista de 51 sospechosos de homicidio, violación y pillaje en Darfur, y se cree que incluye oficiales del ejército y funcionarios sudaneses. El Gobierno de Sudán rechaza someter a sus ciudadanos a un tribunal extranjero.


LV, 27-V-05, agcs: En respuesta al dramático llamamiento de los países africanos el pasado mes de abril, la comunidad internacional se comprometió ayer a conceder 159,18 millones de euros adicionales para la convulsionada región de Darfur durante una conferencia de donantes en la capital etíope, con asistencia de representantes de la Unión Europea, la OTAN, las Naciones Unidas y EE.UU. "Estamos en una carrera contra reloj", alertó el secretario general de la ONU,Kofi Annan.
La petición coincidió con la intencion de la Unión Africana de elevar de 2.200 a 6.000 el número de efectivos de su misión en Darfur, donde la guerra civil ha causado unos 400.000 muertos y 1,6 millones de desplazados y donde siguen muriendo centenares de civiles diariamente, según datos del alto comisionado de la ONU para los refugiados.
La UA ha indicado a los donantes que necesita 575 millones de euros para triplicar su fuerza de paz. Según la ONU, 3,5 millones de personas en Darfur no pueden alimentarse cuando hace seis meses eran 2,2 millones. La guerra civil de los últimos años entre el ejército sudanés y las milicias aliadas ha destruido alrededor de 2.000 aldeas y sus pobladores no pueden volver porque peligran sus vidas. Para permitir el regreso, la UA requiere un mayor esfuerzo logístico y militar.


LV, 26-V-05, F. Flores: Las matanzas y expulsiones del territorio sudanés de Darfur ejemplifica, para Amnistía Internacional, "la indiferencia y la inacción de la comunidad internacional" ante varias crisis y conflictos en el 2004. Al caso de Darfur hay que sumar la revuelta de Haití, la guerra de Congo (donde soldados de la ONU han sido acusados de violaciones) y la de Chechenia (donde Moscú dice que todo va bien). Irene Khan fustigó ayer tanto la "traición" de los gobiernos a los derechos humanos como el "doble lenguaje" de la Unión Europea ante ciertos abusos. El comercio de armas y la violencia contra las mujeres en todo el mundo son otros de los temas destacados del informe de AI (www.amnistiainternacional.org).


LV, 2-IV-05, afp: El Consejo de Seguridad de la ONU aprobó ayer una resolución que le permite llevar a los autores de delitos graves en darfur ante el tribunal Penal Internacional de La Haya, poniendo fin a varias semanas de debates relacionados con la oposición de Washington a esta jurisdicción.
El texto fue adoptado por 11 votos de 15, con cuatro abstenciones (las de Argelia, Brasil, China y estados Unidos) dos meses después de que una investigación internacional evidenciara la existencia de crímenes de guerra en Darfur. La resolución permitirá que el Tribunal de La Haya persiga a los responsables de asesinatos, violaciones o saqueos que azotan esta región sudanesa, donde unas 300.000 personas pueden haber muerto en dos años de lucha entre los rebeldes locales, el Gobierno de Jartum y sus milicias.
"El Consejo de Seguridad decide remitir la situación en Darfur a partir del 1 de julio del 2002 al fiscal del Tribunal Penal Internacional", afirma la resolución, que pide "al Gobierno de Sudán y a las partes en conflicto en Darfur que cooperen plenamente con el Tribunal y le proporcionen la asistencia necesaria".
La votación tuvo lugar después de largas negociaciones, ya que Washington se mostró hostil desde el principio al Tribunal Penal Internacional por miedo a ver a sus propios ciudadanos perseguidos por éste por razones políticas. El texto, basado en un proyecto británico, exime a los norteamericanos que pudiesen ser inculpados en Sudán, en el marco de la misión de la ONU o de la Unión Africana, de comparecer ante dicho Tribunal.


LV, 26-III, agcs: El Consejo de Seguridad de las Naciones Unidas adoptó ayer por unanimidad la decisión de enviar una fuerza de paz a Sudán, integrada por 10.000 militares, por un período inicial de seis meses con el objetivo de contribuir a estabilizar el país tras el acuerdo alcanzado por el Gobierno de Jartum con los rebeldes del Sur. La resolución de las Naciones Unidas ha sido adoptada tras varios meses de discusiones, pero no resuelve todos los problemas existentes. Así, por ejemplo, el Consejo de Seguridad ha decidio posponer la decisión sobre quién debe juzgar a los autores de crímenes contra la humanidad cometidos en Darfur, región en el oeste de Sudán.